itinerario per conoscere la Bibbia

 


NAVIGANDO NEL MARE DELLA PAROLA DI DIO
(Una rotta da seguire in una bella giornata di Sole)

Da questo mese, per chi vorrà farlo con noi, iniziamo un viaggio che ci porterà a navigare nel Mare della Parola di Dio, la Bibbia: Antico e Nuovo Testamento.
Chi può fare questo viaggio? Tutti, naturalmente! Soprattutto coloro che vorranno conoscere qualcosa di più e che magari non hanno il tempo di sfogliare dei voluminosi libri di esegesi o di teologia.
Sarà un viaggio facile, ve lo prometto, senza grosse difficoltà o cose per dei cervelloni che sanno già tutto di tutto. Al contrario, spero che risulterà addirittura un viaggio piacevole, una navigazione tranquilla, anche se non mancherà qualche burrasca: qualcosa di nuovo che proprio non immaginavamo oppure delle cose che pensavamo che fossero così e che, invece, se ci pensiamo bene, hanno un significato diverso. Ad esempio, la celebre frase di Gesù: "Porgi l'altra guancia!"(Luca Cap. 6, vers. 29) che ci hanno sempre spiegato che significa di non contrastare il male, di non opporvisi, ma che in realtà, in origine - ai tempi di Gesù - aveva un significato molto diverso.
E poi, percorrendo la rotta nel Mare della Parola di Dio, ci potremmo forse anche togliere dei dubbi che ci sono venuti ascoltando alcune pagine della Bibbia. Domande che vengo a molti. Ad esempio:
Perché Dio, nell'Antico Testamento, a volte si comporta in maniera spietata e terribile?
Perché nella Bibbia Dio interviene spesso in favore di chi lo invoca e con noi non lo fa quasi mai?

Cominciamo con qualcosa che sappiamo già per renderci le cose più semplici. Le Sacre Scritture - la Bibbia - si dividono in Antico Testamento e Nuovo Testamento.
La differenza è che l'Antico Testamento contiene dei Libri che sono stati scritti molto prima della nascita di Gesù, mentre il Nuovo Testamento racchiude tutti i Libri scritti dopo la Resurrezione e l'Ascensione del Signore.
Credo che mettersi a ragionare su quanti siano i Libri che compongono l'Antico Testamento e quanti il Nuovo non è che ci interessi molto. Anche perché il ricordare il loro numero o quali siano esattamente i loro titoli, è un esercizio di memoria che non ha molto a che fare con il nostro navigare nel Mare della Parola di Dio.
Ci basta sapere che i Libri che fanno l'Antico Testamento sono ovviamente molto più antichi di quelli che formano Nuovo e sono anche più numerosi.

Poi, così per darci un punto di riferimento, possiamo ordinare i Libri dell'Antico Testamento in tre grandi gruppi.
Al Primo Gruppo appartengono i primi cinque Libri della Bibbia, come la Genesi che contiene il racconto della Creazione, le storie di Adamo e di Eva, di Caino e Abele, della Torre di Babele, di Abramo, Isacco e Giacobbe. Poi c'è l'Esodo con il grande racconto dell'Uscita dall'Egitto, dell'attraversamento del Mar Rosso, delle Tavole della Legge: i Dieci Comandamenti, Mosè, il Deserto fino ad arrivare alla frontiera della Terra Promessa: Israele. Poi ci sono gli altri tre Libri: Levitico Numeri e Deuteronomio, che li possiamo considerare - sotto certi aspetti - un approfondimento dei primi tre. Questo Gruppo viene detto "Pentateuco" e, in Ebraico: "Torah".

Dopo questi primi cinque Libri, che sono i principali, i più importanti dell'Antico Testamento, abbiamo il Secondo Gruppo che raccoglie i Libri dei "Profeti". Qualcuno di loro sicuramente ce lo ricordiamo senza bisogno di andarci a leggere i titoli: Isaia ad esempio, oppure Elia, le cui vicende, in realtà, sono contenute alla fine e all'inizio di due Libri che prendono il Nome di 1° e 2° Libro dei Re.

L'ultimo, il Terzo Gruppo, che compone l'Antico Testamento è quello chiamato, un po' indefinitamente, degli "Scritti" o, con una parola più difficile: "Agiografi". Tra questi Libri, quello che sicuramente è più conosciuto è quello dei Salmi. I Salmi sono delle bellissime preghiere nate per essere cantate. Molto spesso sono delle invocazioni personali, intime, dal profondo del Cuore, che l'Uomo rivolge a Dio per lodare la sua bontà, per chiedere aiuto o il suo perdono.

Ora, vi propongo una piccola domanda, così per farci riflettere un pochino e per rompere la monotonia del discorso.
Il Libro di Giona, ad esempio, che parla di un uomo rimasto per tre giorni nel ventre della balena, in quale gruppo dell'Antico Testamento lo collochiamo? …Nei Profeti, perché Giona era naturalmente un Profeta di Dio.
E ora, una domanda un po' più difficile, ma non tanto dopo tutto.
Il Libro di Giobbe, che racconta tutte le disavventure capitate a quell'uomo pio, buono e timorato di Dio dove lo collochiamo?
In questo caso, possiamo ragionare per esclusione. Nei primi cinque Libri della Bibbia non può essere, perché si parla di una Storia attraverso il tempo: dalla Creazione fino all'entrata del Popolo d'Israele nella Terra Promessa datagli da Dio come Eredità Eterna. E nemmeno nei Profeti, perché Giobbe, a differenza di Giona, non è un Profeta ma è l'immagine dell'Uomo davanti al dolore e al perché Dio difficilmente interviene personalmente per togliere la sofferenza umana.
Allora, non ci resta che il gruppo dei Libri degli "Scritti" o, meglio "Agiografi". E, in effetti, il Libro di Giobbe si trova proprio lì.

Ecco che la prima mappa della nostra Navigazione nel Mare della Parola di Dio è bella e pronta. È la Mappa dei Libri che compongono l'Antico Testamento. È una mappa molto semplice, ma dobbiamo tenerla ben presente perché ci servirà.
La prossima volta ci faremo una nuova semplice mappa: quella dei Libri che parlano di Gesù, di Maria e dei Discepoli: il Nuovo Testamento.


Riprendiamo la navigazione che abbiamo iniziato il mese scorso, preparandoci la seconda mappa utile per il nostro viaggio. La prima, ce la ricordiamo, riguarda i Libri dell'Antico Testamento. Quella di oggi, naturalmente, traccerà la nostra rotta nel Nuovo Testamento.
Questa mappa è ancora più facile della prima. Nell'Antico Testamento, infatti, ci sono molti più Libri da ricordare. Inoltre, il tempo storico di cui parlano è lunghissimo: dalla Creazione fino a circa duecento anni prima della nascita di Gesù. Insomma, una mappa come ce la siamo fatta noi era proprio necessaria per orientarci.
Per i Libri del Nuovo Testamento è tutta un'altra cosa. È più semplice ricordarli. Sono molti meno e il periodo storico che raccontano va da pochi mesi prima del giorno in cui nacque Gesù, fino a pochi anni precedenti la morte dell'ultimo Apostolo: Giovanni l'Evangelista. Infatti, con la morte dell'ultimo Apostolo, avvenuta più o meno, nell'anno 95 d.C., per la nostra Chiesa - è bene saperla questa cosa - termina in modo definitivo la Rivelazione. Da quel momento, non si può più parlare di Rivelazione - di una comunicazione diretta da parte di Dio a tutta l'Umanità - ma solo di Interpretazione e di Tradizione. Sono anch'esse molto importanti, ma nel modo più assoluto non possono: aggiungere, togliere o modificare qualcosa della Parola di Dio scritta nella Bibbia: Antico e Nuovo Testamento.

Come abbiamo fatto per l'Antico Testamento, anche per il Nuovo divideremo i Libri in Gruppi.
Al Primo Gruppo appartengono i Vangeli che, come sappiamo bene, sono quattro: Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Li ho elencati in ordine di antichità. Il Vangelo di Marco è quello che è stato scritto per primo e quello di Giovanni per ultimo.
I primi tre Vangeli sono simili, hanno molte cose in comune: miracoli, discorsi di Gesù, guarigioni e così via. Quello di Giovanni invece è diverso. Non perché racconta un'altra storia, un'altra vita di Gesù. Semplicemente è differente l'angolazione dalla quale viene considerata. Il Vangelo di Giovanni, infatti, è molto più elaborato degli altri tre. I concetti sono spesso espressi con ragionamenti ricercati, con metafore, con similitudini difficili, con simboli a volte molto complicati da interpretare. Quello di Giovanni è un Vangelo difficile anche se molto bello e, quando attraverseremo quella parte di Mare della Parola di Dio, ci capiterà di sicuro qualche burrasca. Ma tranquilli, non affonderemo! Ve lo prometto sin d'ora.
Riassumendo: Primo Gruppo, i quattro Vangeli.

Secondo Gruppo: Le Lettere degli Apostoli. Anche queste le conosciamo piuttosto bene, soprattutto quelle di Paolo, perché spesso le sentiamo leggere in chiesa durante la Messa. Ma non ci sono solo le Lettere di San Paolo. Ci sono quelle di Pietro, di Giovanni - lo stesso che ha scritto il Vangelo che porta il suo nome -, quelle di Giacomo, e ce n'è anche una di Giuda. Ovviamente, anche se lui è stato un Discepolo di Gesù, non è lo stesso Giuda che ha tradito il Signore. Aveva lo stesso nome ma non era lui. Il nome Giuda, come quello di Gesù, era molto diffuso ai tempi del Signore, come lo sono per noi i nomi: Antonio, Marco, Francesca o Claudia.

Passiamo agli altri Libri. In questo caso non facciamo dei gruppi. Sono dei Libri a sé stanti. Si tratta degli Atti degli Apostoli e dell'Apocalisse. Negli Atti degli Apostoli, San Luca che ne è l'autore, narra le vicende della Prima Chiesa - quella con a capo gli Apostoli - che sorse immediatamente dopo che il Signore Gesù ascese al Cielo in Anima e Corpo. Ma negli Atti degli Apostoli non si parla solo di questo. Si raccontano anche le vicende di San Paolo che, da strenuo persecutore dei Cristiani divenne - dopo il suo incontro con il Signore sulla Via di Damasco - il più appassionato ed instancabile propagatore della Fede fra le comunità Ebraiche e Pagane sparse nel vasto territorio dell'Impero Romano.

Infine: l'Apocalisse, che è l'ultimo libro della Bibbia. È un altro Libro attribuito a San Giovanni l'Evangelista e, a prima vista, sembra un Libro terribile, perché paurose sono le vicende che vi sono narrate. In realtà, al contrario, è un Libro che ci vuole rassicurare dicendoci di avere sempre Fede nel Signore anche quando le cose sembrano andare terribilmente male.

Ecco qua che abbiamo finito di disegnare la seconda mappa utile per tracciare la rotta della nostra navigazione nel Mare della Parola di Dio: quella del Nuovo Testamento.

 

Per la prossima volta dobbiamo solo decidere da quale molo salpare. Dal molo dell'Antico o dal molo del Nuovo Testamento.
Da dove iniziamo?




L'ultima volta eravamo rimasti chiedendoci da quale molo salpare per iniziare la nostra Navigazione nel Mare della Parola di Dio. …Ma dimenticavamo che ci manca una cosa: la geografia. Altrimenti va a finire che non sappiamo nemmeno dove ci troviamo quando parleremo di Abramo, di Mosè o di Gesù.

Quella parte del Mondo in cui è stata scritta la Bibbia - tutta la Bibbia: Antico e Nuovo Testamento - e si sono svolte le vicende che vi sono narrate, non è molto grande.
Non preoccupiamoci! Non ci sono né nomi da imparare né tantomeno c'è da ricordare la lunghezza dei fiumi, l'altezza delle montagne o la superficie dei territori degli Stati.
Abbiamo bisogno solo di qualche riferimento, giusto per non navigare in un mare completamente sconosciuto. Perciò, più che di tante parole, quello che ci occorre di più è una cartina geografica che, a colpo d'occhio, ci faccia vedere dove sono collocati i vari Stati e i territori principali. Più avanti, ci servirà una carta geografica più precisa d'Israele per renderci conto dove sono i villaggi, i paesi e le città in cui Gesù visse, predicò e fece i miracoli.

Per quanto riguarda l'Antico Testamento, ci basterà conoscere dove si trova Israele e dove l'Egitto. Ci interessa soprattutto sapere che i loro territori sono confinanti e che in mezzo c'è anche il Monte Sinai in cima al quale Dio in persona consegnò a Mosè le Tavole della Legge: i Dieci Comandamenti. Non è una cosa difficile per la quale occorre imparare tutto a memoria. Dobbiamo solo sapere dove è l'Egitto, dove il Sinai e dove Israele.
Ci capiterà anche di parlare della Terra fra il fiume Tigri e l'Eufrate, dalla quale Abramo inizia il suo viaggio verso Canaan. Ma anche in questo caso, non ci sarà niente di difficile. Si tratta infatti del territorio che oggi chiamiamo Iraq e che purtroppo conosciamo bene a causa di Saddam Hussein, delle guerre che vi sono state combattute di recente e degli attentati che hanno causato così tanti morti.

Ecco la carta della Regione che comprende Israele, la Penisola del Sinai e l'Egitto. Quella dell'Iraq, della Terra da cui partirono Abramo e sua moglie Sara la vedremo in seguito quando parleremo di loro.



Leviamo le ancore! Si parte!
Abbiamo deciso. Il molo da cui partiamo oggi è quello dei Vangeli. Innanzitutto, da quello di Marco che è il più antico dei quattro. Infatti, è stato scritto non più tardi di quarant'anni dopo la Morte, la Risurrezione e l'Ascesa al Cielo di Gesù.
Perché Marco ha deciso di scrivere un Vangelo, quasi una biografia di Gesù? E chi era Marco?
Marco non era un Apostolo in senso stretto. Forse aveva conosciuto Gesù o forse no. Sicuramente era lo scrivano di San Pietro e gli faceva un po' anche da "badante". Pietro diventava sempre più anziano e si rendeva conto che non sarebbe vissuto in eterno. E poi c'era anche il concreto pericolo - come poi effettivamente avvenne - che i Romani lo arrestassero e lo crocifiggessero. Perciò, Pietro sapeva che non avrebbe potuto per sempre raccontare la Vita di Gesù: quello che aveva detto e fatto, i miracoli, le guarigioni e tutto il resto. Perciò decise di far scrivere al fido Marco "La Storia di Gesù" come l'aveva vissuta lui che era stato sempre con il Signore, che l'aveva amato, ma anche tradito e che da Lui era stato nominato Capo dei Dodici. Nientemeno che il Primo Capo della Chiesa: in effetti, il primo Papa.

Il Vangelo di Marco, che ha molti punti in comune con quelli di Matteo e di Luca - l'abbiamo già detto - è il più antico di tutti. Nel suo Vangelo manca un pezzo della Vita di Gesù: la sua nascita e l'infanzia. Nel suo Vangelo, Marco comincia a narrare la Vita di Gesù da quando ha iniziato la sua attività pubblica: dal Battesimo nel fiume Giordano, per la precisione. Il racconto comincia con una frase memorabile: "Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio." Con una sola frase Marco, ci dice tutto di Gesù. Ci dice che è lui il Messia d'Israele (il Cristo, che è la parola Greca per dire che è il Messia) ed è anche Figlio di Dio, ovvero, al contempo, Vero Uomo e Vero Dio.
La parola Vangelo, lo sappiamo sicuramente, significa "Buona Novella". E la Buona Novella, la Buona Notizia per l'appunto è che con Gesù inizia il Regno di Misericordia di Dio.

Basta così, se non ci annoiamo! Possiamo solo immaginare che il Vangelo di Marco sia quello più vicino alla vera Vita di Gesù. Un po' perché è stato scritto pochi decenni dopo che il Signore ha concluso la sua Vicenda nella Storia Umana. Perciò, la memoria di ciò che era accaduto era ancora ben viva nelle persone che lo avevano visto e ascoltato, specie in quella di San Pietro che era stato davvero un testimone d'eccezione e che era lì a suggerire a Marco quello che doveva scrivere.
Provate a fare questa cosa: ad immaginare di dover scrivere qualcosa di una persona che avete conosciuto benissimo, che avete frequentato e che magari è morto o è partito per un Paese lontano trent'anni fa. È vero che vi ricordate molte cose di quella persona? Il viso, il portamento, i suoi atteggiamenti, il suo modo di parlare, e anche le sue idee, che cosa ne pensava su certe cose, ciò che gli piaceva o non gli piaceva. Sicuramente abbiamo ancora dei ricordi ben distinti e sufficientemente particolareggiati. Non è così?
Lo stesso è stato per San Pietro che aveva ancora una memoria ferrea e che ricordava proprio tutto di Gesù. Certo, ha tralasciato di dettare a Marco la nascita di Gesù a Betlemme. Ma forse l'ha fatto perché lui a quel tempo era un bambino e, soprattutto, non aveva ancora incontrato Gesù. Perciò, non se l'è sentita di narrare qualcosa che non conosceva personalmente, ma che sapeva solo per sentito dire.

La Storia di Gesù la conosciamo: la nascita a Betlemme, la Predicazione e i Miracoli quando cioè, attorno ai trent'anni, da il via alla sua Vita Pubblica. E poi: la Passione, la Morte in Croce, la Risurrezione e, infine, la sua Ascesa al Cielo.
Sono tutte cose che naturalmente troviamo raccontate in tutti i quattro i Vangeli. …Tranne la nascita. Perché di Betlemme, degli Angeli e dei Pastori ce ne parla solo il Vangelo di Luca, mentre dei Re Magi solo quello di Matteo. Marco e Giovanni su queste cose tacciono.

A questo punto abbiamo lasciato il Molo del Nuovo Testamento, ma non ci siamo ancora allontanati dalla Riva. Però, l'aria del Mare della Parola di Dio si sente già. La prossima volta ne respireremo ancora un po'.


 

L'ultima volta abbiamo parlato del Vangelo di Marco. Purtroppo non possiamo narrare fatto per fatto, parola per parola l'intero Vangelo. Ci vorrebbe molto più spazio e molto più tempo. Riprendiamo perciò la nostra tranquilla navigazione nel Mare della Parola di Dio approdando ad uno solo dei fatti narrati nel Libro di Marco. Poi rientreremo al nostro Porto e la prossima volta salperemo facendo rotta verso un altro Vangelo, quello di Luca e in particolare esamineremo gli avvenimenti che portarono alla nascita di Gesù. Il mese prossimo inizierà l'Avvento e qualcosa del Vangelo di Luca c'accompagnerà nella nostra personale preparazione al Natale.
Ma torniamo a Marco. Scegliamo uno dei brani che sta all'inizio del suo Vangelo: il Battesimo che Gesù ricevette sulle sponde del fiume Giordano da parte di Giovanni Battista figlio di Zaccaria e di Elisabetta, coetaneo e cugino di Gesù. La vicenda è narrata nel I Capitolo. E' un brano è piuttosto breve perciò, per questa volta, lo riportiamo per intero. Per le altre volte vi ricordo che dobbiamo avere a portata di mano il Vangelo. Se non l'abbiamo, ce ne saranno alcune copie (gratuite) a vostra disposizione nelle chiese parrocchiali di Domo e Porto a partire dal periodo dell'Avvento.

[9] In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. [10] E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. [11] E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto".

Giovanni sta predicando la conversione sulle sponde del fiume Giordano, nel bel mezzo del Deserto di Giuda, molto vicino alla città di Gerico e al Mar Morto.

Ecco la cartina con la freccia che ci indica il luogo preciso.

Iniziamo con il precisare che il Battesimo che il Signore riceve da Giovanni non deve essere confuso con il Battesimo Cristiano.
È vero che hanno lo stesso nome. E' vero che ambedue hanno nell'acqua un elemento comune, ma non sono la stessa cosa. Sono qualitativamente differenti.
Innanzitutto il Battesimo di Giovanni è soltanto simbolico, ma del tutto inefficace per togliere i peccati: sia quello originale, sia tutti gli altri.
Chi ascoltava Giovanni sottomettendosi al suo Battesimo, compiva solo un atto simbolico con il quale manifestava pubblicamente la sua volontà di convertirsi, di cambiare vita, di volgersi nuovamente a Dio. Tuttavia, sapeva che con quel gesto non otteneva "formalmente" il Perdono di Dio.
La seconda cosa - semplicemente logica, ma che è utile sottolineare - è che il Battesimo di Giovanni non è la stessa cosa del Battesimo Cristiano, semplicemente perché il Cristianesimo ancora non c'era. Gesù non aveva ancora incominciato a predicare. Anzi, è proprio con quel Battesimo che inizia la Vita Pubblica del Signore e perciò anche la sua predicazione.
Nella Bibbia, molto spesso l'acqua ha un significato ambivalente - un doppio significato -: quello di affogare - di morire - che è rappresentato dall'immersione, e quello del rinascere alla vita, all'atto di riemergere dall'acqua.
Nel rito nostro Battesimo accade la stessa cosa, anche se il rito per immersione completa - per ragioni pratiche - non viene fatto quasi mai. L'uomo peccatore muore nell'acqua e dall'acqua riemerge Figlio di Dio.
Gesù - ovviamente - non si fa battezzare per dimostrare la sua volontà di cambiare vita, d'allontanare da sé i peccati commessi e di convertirsi. Piuttosto, è vero che lo fa perché, con questo gesto egli mostra pubblicamente che Lui, in obbedienza al Padre, darà la Vita - morirà, attraverserà la Dimensione della Morte - per poi risorgere vivo insieme a tutti coloro che crederanno in Lui.
Consideriamo anche che esiste un fortissimo legame fra il Battesimo di Gesù e l'Antico Testamento. Infatti, è attraversando il Fiume Giordano che il Popolo d'Israele - alla cui testa c'era Giosuè, succeduto a Mosè - entra definitivamente nella Terra Promessa.
Gesù si fa battezzare - s'immerge nel Giordano e ne riesce - proprio nel punto in cui il Popolo d'Israele attraversò il fiume entrando per sempre nella Terra Promessa. …E non è un caso, una coincidenza! E c'è di più: Gesù e Giosuè - anche se siamo abituati a considerarli due nomi diversi - in realtà sono lo stesso nome. Entrambi significano: "Jaweh salva!" Jaweh è il nome personale di Dio che Lui stesso ha rivelato a Mosè sul Monte Sinai.
Per concludere e tirare le somme, nel caso del Battesimo di Gesù, non c'entra il perdono dei peccati, ma la prefigurazione della sua Morte e Resurrezione. C'entra invece il manifestare pubblicamente di Gesù della sua ferma volontà di portare a compimento l'Amore del Padre, attraversando Lui stesso - e facendolo attraversare ai Credenti - il fiume della Morte, per poi riemergere nella definitiva Terra Promessa del Cielo; proprio come molti secoli prima fece Giosuè che attraversò e fece attraversare al Popolo d'Israele il Fiume Giordano conducendolo così - per sempre - nella Terra Promessa.
La nostra attenzione deve orientarsi soprattutto sul Mistero della Salvezza, sul Mistero della Vita oltre la Vita, perché il Battesimo nel Fiume Giordano è la prefigurazione della Morte e Risurrezione di Gesù. È un annuncio di Salvezza: il primo annuncio pubblico di Gesù.
Ora però dobbiamo sbarcare sul molo. Anche questa volta il tempo di navigare è finito. La prossima volta partiremo alla volta del Vangelo di Luca.

Ah! Dimenticavo! Portatevi qualcosa di pesante perché già comincia a far freddo, soprattutto se si va in barca.

Shalom!


Ed eccoci in partenza da un nuovo molo del Porto del Nuovo Testamento. Come vi è sembrata finora la navigazione? Non molto difficile vero? Bene! Allora siamo pronti ad affrontare il secondo Vangelo, quello di Luca. Il Vangelo di Luca da molti è ritenuto il più bello perché è il Vangelo che fonda la sua narrazione sulla Misericordia di Dio. Sicuramente molti di noi ricordano le vicende di Zaccheo, l'uomo piccolino che a Gerico sale su un albero di sicomoro per vedere passare Gesù. Gesù lo vede e lo chiama e lui risponde subito trasformando la sua vita brutta in una bellissima fatta di gioia e di generosità. Ma iniziamo con ordine. Luca, come del resto Marco, non era uno dei Discepoli che ha seguito Gesù durante la sua vita terrena lungo il suo spostarsi da un capo all'altro dell'Israele di duemila anni fa per predicare l'avvento del Regno di Dio. Però, al pari di Marco, è stato uno dei più fidi collaboratori degli Apostoli, in particolare di Paolo come Marco lo fu di Pietro. Luca ha frequentato anche gli altri Apostoli. Infatti ha scritto un libro che parla proprio della Chiesa dei Primi Apostoli. Quel Libro, per l'appunto, si chiama "Gli Atti degli Apostoli". E poi, come dice esplicitamente all'inizio del suo Vangelo, Luca ha svolto ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, per fare un resoconto ordinato della vita di Gesù. Luca parte proprio dall'inizio e cerca di collocare cronologicamente ogni avvenimento che riguarda il Signore. Così, parte proprio dalla nascita o, meglio, ancora prima, dal tempo in cui a Zaccaria l'angelo preannuncia la nascita di Giovanni il Battista da sua moglie Elisabetta. Giovanni Battista, che è anche secondo cugino di Gesù, nasce pochi mesi prima di lui nei dintorni di Gerusalemme. Luca scrisse il suo Vangelo un po' di anni dopo Marco. Quasi tutti gli studiosi moderni collocano la stesura fra gli anni 80 e 100 d.C. Come per quasi tutti i testi antichi è difficile stabilire una datazione precisissima ma l'importante è l'essere certi che anche il Vangelo di Luca è stato composto non molti anni dopo la morte, la resurrezione e l'ascesa al cielo di Gesù. Perciò, come nel caso di Marco, le notizie erano ancora di prima mano e i ricordi ancora vivi nelle persone che avevano vissuto quegli avvenimenti. Nel Vangelo di Luca, come dicevo all'inizio, si parla molto della Misericordia di Dio. Ho citato l'episodio di Zaccheo ma ce ne sono molti altri. Ad esempio si narrano numerose guarigioni. Gesù racconta molte parabole che hanno come tema la misericordia: quella del Buon Samaritano, della Pecora smarrita e così via. Ma parliamo proprio di Zaccheo che troviamo al capitolo 19. A questo punto, se non vi ricordate bene la storia dovete andare a prendere il Vangelo. Zaccheo è un tipo poco raccomandabile. E' addirittura un pubblicano. Che la parola Pubblicano sia di per sé negativa lo sappiamo. I Pubblicani erano dei dipendenti statali dell'Impero Romano che avevano il compito di riscuotere i tributi e quasi sempre lo facevano vessando la popolazione più debole. Zaccheo era ancor più disprezzabile per la gente della città di Gerico perché, oltre ad essere un Pubblicano, era Ebreo come loro. Era uno che aveva tradito il suo Popolo mettendosi al servizio degli invasori, dei Pagani. Non si sa bene cos'è capitato a Zaccheo. Il Vangelo non ci dice i motivi della sua radicale conversione. Certamente aveva già sentito parlare di Gesù. Sicuramente le notizie su Gesù, dal Nord di Israele, dalla Galilea, erano giunte anche in quella città del Sud adagiata in un oasi del Deserto di Giuda vicino al Mar Morto. E poi, il Signore, a Gerico aveva già fatto un miracolo restituendo la vista a un cieco nato. Zaccheo riteneva Gesù un Uomo straordinario e desiderava vederlo di persona. Non si sa - perché il Vangelo non ce lo dice - se Zaccheo avesse già maturato l'idea di convertirsi, di cambiare vita, di smetterla di servire gli invasori Romani che occupavano Israele. Però, è certo, quello che accadde al piccolo Zaccheo arrampicatosi su un albero di sicomoro, ha qualcosa di straordinario. Gesù lo chiama. Gli dice di sbrigarsi, di scendere subito che ha bisogno di lui. "Di me?!" Si sarà domandato Zaccheo "…Di me?! Proprio di me, che tutti mi evitano come la lebbra?! No! Non è possibile! …Eppure, sì! Sta proprio chiamando me! Addirittura mi chiede di ospitarlo a cena! A casa mia!" Un attimo dopo, passato lo stupore, Zaccheo - a costo di rompersi l'osso del collo - corre giù dall'albero e s'avvicina al Signore per ringraziarlo per averlo chiamato, per aver avuto così tanta considerazione di lui. Gesù in quel modo ha salvato un Uomo. Ha ottenuto la conversione di un'altra sua Creatura. E lo ha fatto con delicatezza, semplicemente chiamandolo. Non lo ha rimproverato. Non l'ha neppure seriamente ammonito a cambiare vita. Non lo ha minacciato dicendogli che, se non avesse mutato condotta, sarebbe bruciato per sempre nelle fiamme dell'Inferno. No! Gesù lo tratta come nessun altro aveva fatto prima. Gli si rivolge con bontà, con fiducia. E con quel gesto d'attenzione, di simpatia, piuttosto che con un rimprovero - anche se giustificato dalla vita scellerata che Zaccheo aveva condotto sino a quel momento - Gesù lo conquista all'Amore del Padre. Con quel gesto di benevolenza, d'attenzione, gli fa capire che deve assolutamente cambiare strada. E Zaccheo effettivamente cambia, non per paura della punizione di Dio, ma perché sollecitato dal suo Amore. La gente si scandalizza. "Ma come fa un Uomo Pio e Religioso come Gesù, come fa un Maestro delle Sacre Scritture come lui, a farsi invitare a cena da un Pubblicano, da un traditore del suo Popolo?" Sembra che tutta quella gente non si rende conto della Forza che ha l'Amore, di che cosa sia capace l'Amore più che la condanna, il disprezzo e l'emarginazione. Quella gente pare proprio non aver capito che l'Amore può tutto. Zaccheo, ancora una volta, si sente messo da parte, escluso, accusato dai suoi concittadini. E allora sente il bisogno di dare subito prova del suo cambiamento, del suo desiderio di vivere secondo le Leggi di Dio: "Darò metà dei miei beni ai poveri. E se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto."
In fondo tutti vorremmo essere un po' come Zaccheo. La Felicità di scoprirsi amati da Dio nonostante i nostri peccati, le nostre imperfezioni, è davvero una cosa grande. Tutti vorremmo essere un po' come Zaccheo e, in realtà, lo siamo perché tutti siamo amati dello stesso Amore che Gesù ha per il piccolo Pubblicano di Gerico.


Il Vangelo di Luca, nel suo secondo capitolo, ci parla in dettaglio della nascita di Gesù. È meglio andare a rileggerlo anche se naturalmente ce lo ricordiamo molto bene. Inizio subito col dire che Gesù è nato in una grotta che però non era solo una grotta perché era anche la stanza di una normalissima casa di Betlemme.
A quei tempi molte casette erano formate da una grotta dove s'andava a dormire e ci si mettevano gli animali più fidati, come la Mucca e l'Asinello. Davanti a quella grotta si costruiva un'altra piccola stanza con dei mattoncini o dei sassi e lì si stava per cucinare e per mangiare. Era una specie di sala con angolo cottura. Gesù è nato proprio in una grotta che era la stanza di una casa dove forse c'era già un bue e poi l'asinello che Giuseppe e Maria hanno portato con sé durante il lungo viaggio da Nazareth fino a Betlemme dove dovevano andare per registrarsi durante il Censimento ordinato dall'Imperatore Romano Augusto.
Maria, per far nascere Gesù, si è sistemata nella grotta innanzitutto perché lì faceva meno freddo. Era più riparata rispetto all'altra stanza della casa. E poi, c'erano il bue e l'asinello che con il fiato e il calore del loro corpo riscaldavano un po' l'ambiente.
Far nascere un bambino è una cosa seria che non si può fare davanti a tutti, magari quando altri nella stessa stanza cucinano, giocano, chiacchierano o fanno tante altre cose.
"Meglio la grotta che la stanza per far nascere mio Figlio…" Avrà pensato la Madonna. "…E' più riparata, più calda, e non c'è confusione, con gente che va e viene e che aprendo la porta fa uscire il caldo ed entrare il freddo."
Un po' di pace insomma. Ma questa pace non dura molto, perché Dio - il vero papà di Gesù - è talmente felice per la venuta al mondo di suo figlio, che ordina agli Angeli di correre giù sulla Terra ad annunciare la venuta al mondo di Gesù Bambino.
Loro - gli Angeli - naturalmente obbediscono e volano sul cielo di Betlemme cantando e urlando di gioia ai Pastori d'andare subito in paese perché è nato un Bambino straordinario che porterà la Pace a tutti gli Uomini della Terra.
A dire il vero, all'inizio i Pastori non credono ai loro occhi e si spaventano un po'.
Immaginatevi se nel cuore della notte, all'improvviso vedete volare migliaia di Angeli che cantano e urlano di gioia. Io, di certo, mi spaventerei moltissimo.
Ma poi, alla fine, i Pastori si tranquillizzano. Gli Angeli, dopotutto, non sono pericolosi. I cani non hanno neanche abbaiato e le pecore sono rimaste tranquille al loro posto. Non sono scappate via terrorizzate come c'era d'aspettarsi che facessero. Solo qualche ochetta ha cominciato a starnazzare, ma loro lo fanno sempre anche senza motivo.
"Va bene! Andiamo a vedere questo Bambino!" Avrà certamente detto qualcuno. E tutti dietro a lui sono entrati nel paese chiamato Betlemme. Hanno bussato alla porta della casa dove c'era Maria, Giuseppe e da qualche minuto anche Gesù Bambino.
Sicuramente, la Madonna e San Giuseppe, all'inizio si saranno un po' arrabbiati per tutta quella gente che voleva entrare in casa loro per vedere il Bambino appena nato.
Ma quando i Pastori gli hanno detto che non era un'idea loro, ma che degli Angeli Celesti glielo avevano detto, ecco che li fanno entrare tutti quanti.
Qualcuno entra anche con qualche pecora, con il cagnolino e c'erano anche le solite ochette che non la smettevano di starnazzare.
Chissà! Magari in quel momento Gesù Bambino dormiva, oppure sorrideva accarezzando gli animaletti che erano entrati nella stanza.
…Ma la storia non è ancora finita perché - come tutti sappiamo - sopra la grotta, presto si sarebbe posata una grande Stella Cometa e, dietro di lei, sarebbero arrivati nientemeno che dei Re: i Re Magi, venuti da Paesi lontanissimi, da Terre ricche di Leggende e di Fiabe.
Ma questa cosa è narrata in un altro Vangelo: quello di Matteo.
Fermiamoci qui e torniamo pian piano al porto, magari seguendo la Stella Cometa come fecero i Magi.
Buon Natale a tutti! E che sia un bel Natale di Pace!


Eccoci qui, all'inizio dell'Anno Nuovo, a riprendere la nostra navigazione nel mare della Parola di Dio. La volta scorsa siamo approdati al Vangelo di Luca. Sicuramente lo ricordate perché si è giustamente parlato del Natale.
Dopo il Vangelo di Marco e di Luca ora ci dirigiamo verso l'Isola del Vangelo di Matteo. Anche il Vangelo di Matte ci parla dell'annuncio della nascita di Gesù Bambino, ma lo fa con un'angolazione diversa. Luca sottolinea la figura di Maria, Matteo, invece, quella di Giuseppe. Giuseppe, in sogno, riceve dall'Angelo la notizia che sua Moglie Maria darà alla luce un figlio straordinario.
Matteo l'autore del Vangelo di cui parliamo era davvero un Apostolo di Gesù. Lo conosceva bene perché ha seguito il Signore dappertutto sin da quando, a Cafarnao, sulle rive del Lago di Tiberiade (che si trova in Galilea, a Nord d'Israele) Gesù lo aveva chiamato. Matteo, prima di diventare un Discepolo di Gesù, era un esattore delle tasse e un poco di buono che se la faceva con gente della sua risma. Ma di questo e di altre notizie su Matteo e il suo Vangelo parleremo nel prossimo approdo. Siamo a Gennaio e a Gennaio c'è una festa importantissima che è quella dell'Epifania. Neanche farlo apposta, è proprio Matteo che ce la racconta nel secondo capitolo del suo Vangelo.
Il Messaggio Centrale dell'Epifania è che l'Era Messianica, il Tempo della Salvezza, inizia con la nascita di Gesù ed è Universale, cioè riguarda tutti gli Uomini e le Donne. E ciò lo si capisce subito per la presenza dei Magi. Il Vangelo non precisa il loro numero. Il Testo - se ci fate caso - non lo dice. Tuttavia, una tradizione antichissima attesta che erano tre.
Ma se il brano del Vangelo non precisa il loro numero, perché la Tradizione afferma che sono proprio tre e non due, oppure quattro o cinque? Abbiamo detto che la Festa dell'Epifania vuole sottolineare l'Universalità del Messaggio che Cristo rivela all'Umanità. Questo è, infatti, il suo significato principale. I Magi sono stati anticamente identificati in Tre Re Sapienti perché Tre erano i Continenti e ancora Tre erano le Tipologie Umane conosciute dalla Civiltà Occidentale del tempo.
E questi Continenti erano: l'Europa, l'Asia e l'Africa e le Tipologie Umane i Bianchi, i Neri e i Semiti che si credeva fossero discendenti dai Tre figli di Noè. Noè è quello dell'Arca e del Diluvio Universale. A quei tempi non si sapeva nulla né delle Americhe né dell'Oceania, né dei Popoli che le abitavano. La Tradizione è un grande valore. Ma se volessimo essere il più aderenti possibile alle Intenzioni del Vangelo - a quello che vuole significare - ai giorni nostri dovremmo aggiungere almeno altri Due Re Magi ai Tre che ci sono già: uno per l'America e uno per l'Oceania che ai tempi di Gesù erano dei continenti sconosciuti. Se immaginiamo i Re Magi da aggiungere ai nostri Presepi, sicuramente dovremmo aggiungere: una statuina, con le sembianze di un Capo Pellerossa o di un Imperatore Maya, e una seconda con i tratti di un Aborigeno Australiano, magari accompagnati da un lama e da un canguro e non da cavalli e cammelli.
Certo, questa riflessione non deve portare a modificare i nostri Presepi. I Magi, nei Presepi, restano tre come vuole la Tradizione. Tuttavia, ora sappiamo perché sono tre e sappiamo anche che ciascuno di loro rappresenta un continente e una delle tipologie umane conosciute ai tempi in cui fu scritto il Vangelo di Matteo.
Anche se la Parola di Gesù è Universale - è cioè diretta a Tutti i Popoli della Terra senza alcuna distinzione di Razza, di Cultura, di Religione: (i Re Magi di certo non erano Cristiani e nemmeno Ebrei) - il Vangelo non dice se i Magi, una volta tornati alle loro Terre d'origine, si convertirono insegnando ai loro Popoli ad essere dei Buoni Cristiani. Ed è del tutto probabile che non fu così. E questo semplicemente perché la Fede Cristiana si diffuse in quei luoghi molti anni dopo il loro Leggendario Viaggio. I Vangeli non dicono che i Magi diventarono Cristiani e nemmeno che lo diventarono i loro Popoli; e questo ha la sua importanza.
Un tempo si riteneva che fosse assolutamente necessario battezzare il maggior numero possibile di persone per assicurare la loro salvezza. Addirittura, si credeva che in quel modo si obbediva al Comando di Gesù di portare il Vangelo dappertutto, raggiungendo ogni singolo Uomo.
Poi, si scoprì che - nonostante le parole di Gesù - ciò era impossibile. Oggi, per Forza o per Amore, non si punta più sul battezzare il maggior numero di persone. Al contrario, si fa sempre più strada il convincimento che il Sacramento del Battesimo deve essere amministrato e ricevuto consapevolmente. Allora, come interpretare ora - ai nostri giorni - l'Epifania del Signore, la sua Manifestazione a tutto il Genere Umano, indipendentemente dalle Razze, dalle Fedi Religiose, indipendentemente dalle Culture, così come simboleggia l'arrivo dei Re Magi a Betlemme?
La risposta è che i Valori insegnati da Cristo sono talmente Universali, talmente connotati dal Bene e volti alla Promozione dell'Uomo e della Donna, dal poter essere riconosciuti e condivisi da Tutti, anche da chi non crede oppure ha una fede diversa.
E questo - lo ripeto - indipendentemente dalla razza, dalla cultura e dalla religione che si professa.
Non uccidere, non rubare, non odiare il nemico. Amare Dio, volere il bene degli alti, sono Valori Positivi in sé. Perché non si tratta più di convertire le Persone da una Fede all'altra, ma di far sì che esse abbiano la possibilità - abbiano tutti gli strumenti possibili - per trasformarsi in Uomini Buoni e Veri, in Individui che hanno cura e rispetto di sé stessi, di ogni singolo uomo o donna e di ogni singola creatura. Non si tratta più di battezzarli esteriormente - solo con un rito - ma di trasformarli in Cristiani, in Persone animate da Principi e Valori autenticamene Cristiani, e questo anche se formalmente rimangono appartenenti ad altre religioni, credenti in altri Dei o, addirittura, in nessun Dio. La Festa dell'Epifania è un invito pressante di Dio a Trasformare il Mondo e le coscienze degli Uomini senza per questo pretendere di cambiare la loro Fede e la loro Cultura.
Sono i Valori che devono essere cambiati: tutti quei Valori che non si fondano sull'Amore, sulla Libertà e l'Uguaglianza e che, inevitabilmente - a prescindere dalla Razza, Fede o Cultura - ci allontanano dal nostro Dio e dal nostro Prossimo.


Siamo ormai a Febbraio e fa ancora un po' freddino per navigare. Comunque sia, anche oggi leviamo gli ormeggi dal Porto del Nuovo Testamento e ritorniamo ad approdare al Vangelo di Matteo. Matteo era un Ebreo come del resto lo erano anche gli altri Evangelisti: Marco, Luca e Giovanni. Matteo ha scritto il suo Vangelo sicuramente entro l'anno 100 d.C. Essendo stato un Discepolo di Gesù, lo conosceva personalmente e gli era molto vicino.
Matteo è stato convertito da Gesù che gli ha detto di seguirlo, che lo ha fatto suo Discepolo. L'episodio è narrato nel Nono Capitolo del suo Vangelo. Andiamo a rileggerlo se non lo ricordiamo bene. Gesù, nella cittadina di Cafarnao, chiama Levi, un esattore delle tasse, un approfittatore, un collaborazionista dei Potenti Prepotenti Antichi Romani che in quel momento occupano la Terra d'Israele.
Gesù, addirittura, si siede a tavola con quel ricettacolo di peccatori, di profittatori, di buoni a nulla - amici di Matteo - che vivevano in modo sconsiderato sulle spalle della gente. Il Signore Ama tutti allo stesso modo, ma - in modo particolare - i peccatori. Amarli non significa che approvi il loro comportamento. Questo è fuori discussione! Dio condanna le loro azioni ma - allo stesso tempo - è disposto a fare di tutto perché quei suoi Figli si ravvedano: comprendano gli sbagli impegnandosi a cambiare vita, ad essere più vicini a Lui e a i Fratelli.
Il Signore vede lontano - molto più lontano di noi - e conosce meglio di chiunque altro l'animo umano. Sa, che se si toccano le corde giuste del Cuore, anche la persona più incallita nel fare il male ha la capacità di ravvedersi e di convertirsi a Dio.
Gesù ritiene che non si può escludere qualcuno a priori perché magari si pensa che quella persona sia così lontana da Dio dall'essere incapace di cambiare vita. Il Signore ha fiducia anche in loro, sempre! E Levi-Matteo risponde in modo grandioso alla chiamata del Signore. Lui è l'esempio concreto che la fiducia che il Signore ha nei nostri confronti - nei confronti di ogni persona - dà i suoi risultati. Dal brano quasi pare che Levi si converta improvvisamente, che la sua sia una folgorazione nell'Anima giunta nel preciso istante in cui Gesù lo chiama e i suoi occhi fissano lo sguardo del Signore. Probabilmente non accadde così. Gesù già da un po' di tempo viveva a Cafarnao a casa di Simon Pietro - Cafarnao è una cittadina della Galilea sul Lago di Tiberiade -. Lì il Signore aveva iniziato a predicare, a fare dei miracoli, e perciò era conosciuto. Tutti gli abitanti di Cafarnao sapevano ciò che egli faceva e diceva. Matteo a Cafarnao faceva l'esattore delle tasse - era una persona pubblica - e naturalmente anche lui conosceva Gesù. Più di una volta l'aveva sentito predicare perché il Signore radunava i Discepoli e la gente che stava ad ascoltarlo, nella piazzetta principale del paese proprio vicino a dove passava la strada che collegava il Nord d'Israele al resto del Paese.
Questa infatti è la realtà emersa dagli scavi archeologici. Le rovine di quella che fu Cafarnao esistono ancora. Gesù, da Nazareth, dove aveva trascorso la sua fanciullezza, si era trasferito a Cafarnao proprio perché - a differenza di Nazareth - Cafarnao non era un paesino isolato sulle alture della Galilea, ma un vivace e attivo centro cittadino posto proprio su di una delle strade principali. E dove c'è una strada importante c'è tanta gente che passa. Perciò c'è più possibilità di rivolgersi ad un numero consistente di persone che, a loro volta, uditi gli insegnamenti di Gesù, avrebbero potuto propagarli in altri Paesi e in altre Città. Matteo aveva il suo ufficio che s'affacciava sulla piazza dove solitamente predicava Gesù. Probabilmente Matteo ha ascoltato il Maestro e qualche frase, qualche suo insegnamento lo hanno colpito. Ha cominciato a pensarci e a ripensarci. Si sarà detto: "Non è vero che sono un uomo cattivo che tutti vogliono evitare. Gesù dice che Dio mi ama lo stesso." - "Non è vero che la mia vita ormai è questa, che non posso più cambiare. Se Dio mi ama, io posso cambiare. Io devo cambiare!" Non sappiamo quante notti Matteo ha trascorso insonne voltandosi e rivoltandosi nel suo letto ripensando alle parole di Gesù. Sta di certo che un tarlo aveva cominciato a rodere la sua Anima. Prima il dubbio, poi la certezza dell'Amore che Dio ha per ogni Creatura. Gesù lo sa. Lui sa tutto. E quando chiama Levi non lo faper caso. Sa che ormai è pronto a seguirlo in maniera convinta. Sarà addirittura uno dei più entusiasti sostenitori del Maestro e un giorno scriverà il Vangelo che prende il suo nome. Forse la chiamata di Levi e la cena a cui Gesù partecipa ospite dei Pubblici Peccatori della Cittadina di Cafarnao, dovrebbe far riflettere sullo stile di Gesù nei confronti di tutti, perché tutti gli Uomini e le Donne, agli occhi di Dio sono uguali. Tutti siamo amati con l'identico Amore.
Eccoci di nuovo di ritorno al porto. Anche per oggi basta navigare nella Parola di Dio. Comunque, tempo permettendo, riprenderemo il mese prossimo. Io ci sarò e spero che ci sarete anche voi.
Parleremo ancora del Vangelo di Matteo e ci soffermeremo su una frase che è diventata famosissima: "Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra." …E ne sapremo delle belle!


L'ultima volta c'eravamo lasciati dicendo che questo mese avremmo parlato di una frase molto importante che Gesù pronunciò sulle rive del lago di Tiberiade, in Galilea. La frase è questa: "Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra." (Matteo Cap. 5, versetto 39).
Voi cosa rispondereste se qualcuno vi chiede di spiegare il significato delle Parole di Gesù di porgere l'altra guancia? La prima cosa che viene in mente - se non fosse stato Gesù a dirlo - è che chi afferma una cosa del genere è matto, nel senso che è del tutto illogico farsi picchiare senza opporre resistenza, quasi invogliando chi fa del male ad arrecarcene ancora di più. Inoltre, la maggior parte di noi Cristiani, pensa che l'affermazione di Gesù vuol significare di non opporre resistenza al male, oppure di non rispondere alla violenza con altra violenza. Quest'ultima, a dire il vero, sembra una buona risposta. E infatti lo è.
Tuttavia, c'è dell'altro e l'affermazione di non rispondere alla violenza con altra violenza deve essere precisata bene.
Gesù parlava a gente del suo tempo. S'esprimeva nella loro lingua: l'Aramaico; e per farsi capire doveva utilizzare delle espressioni e dei concetti che - seppur senza tempo, validi sempre - dovevano esser compresi dagli Apostoli, dai Farisei e da tutti coloro che lo stavano ad ascoltare. Perciò, prima di tutto, per capire cosa realmente il Signore voleva dire con le parole: "Porgi l'altra guancia", occorre conoscere il significato che quelle parole avevano duemila anni fa. Che cosa significava, per un Ebreo del Primo Secolo, porgere l'altra guancia?
Certamente non significava rimanere impassibili e inerti di fronte alla violenza. La violenza deve essere arginata in ogni modo, specie se è ingiusta e gratuita, ovvero senza uno scopo, senza una giustificazione. A qualcuno che fa violenza - intesa nel senso fisico, ma anche in quello morale - è un dovere l'opporsi. Ciò che non è permesso è eccedere, esagerare. Un esempio: se uno ci dà un pugno, dobbiamo fare ciò che possiamo affinché non ce ne dia un altro, ma non possiamo riempirlo di botte una volta che lo abbiamo immobilizzato. La violenza che subiamo in nessun caso può essere il pretesto per eccedere o, peggio, per vendicarci, restituendo puntualmente il male che ci è stato fatto.
Tuttavia, Gesù, come spesso ha fatto con altri principi della sapienza ebraica contenuta nell'Antico Testamento, ha aggiunto un nuovo significato che prima quasi non esisteva e che a quei tempi poteva sembrare assurdo.
E cioè, che non solo non si devono odiare i nemici, quelli che vogliono farci del male. Un Cristiano deve fare di più e, questo di più, è il mai chiudere la porta del dialogo con chi ci percuote sulla guancia. Mai chiudere la porta in faccia al nemico. Mai troncare ogni forma di relazione. Mai opporsi a una possibile rappacificazione. Ma piuttosto sperare sempre in una possibilità di pace, anche se il farlo c'esporrebbe ad altri attacchi, ad altre violenza… anche a costo di porgere l'altra guancia, di prenderle di nuovo! Ed è questo un principio - proclamato da Gesù - che dobbiamo sempre avere in mente nella vita di tutti i giorni. Ne siamo capaci o, piuttosto, preferiamo troncare qualsiasi relazione con chi ci fa del male, per non rischiare di farci colpire una seconda volta, di farci ferire nuovamente? Il Principio è quello di non odiare. Non odiare per nessuna ragione al mondo. E mai impedire, ma piuttosto incoraggiare, la rappacificazione con coloro che si sono dimostrati dei nemici, anche a rischio di rimetterci o di essere picchiati un'altra volta.
Lo so, può essere difficile, ma bisogna comunque provarci. …Almeno bisogna pensarci sopra!
Con questa puntata lasciamo l'Isola del Vangelo di Matteo e puntiamo dritti verso la Domenica di Pasqua che festeggeremo il prossimo 20 Aprile.
Ci rivediamo il mese prossimo con un appuntamento tutto speciale!
Shalom!


Questa è una puntata speciale in occasione della Pasqua che celebriamo il 20 di Aprile! Naturalmente, tutti e quattro i Vangeli parlano della Pasqua. Indico i capitoli di riferimento così, se qualcuno vorrà e avrà tempo, potrà andare a rileggerseli tutti. Fatelo, mi raccomando, perché sono molto belli… e misteriosi.
- Vangelo di Matteo: Capitolo 28, Versetti 1-10;
- Vangelo di Marco: Capitolo 16, Versetti 1-13;
- Vangelo di Luca: Capitolo 24, Versetti 1-35;
- Vangelo di Giovanni: Capitolo 20, Versetti 1-18.
"Il Signore è veramente risorto ed è realmente apparso alle donne davanti al Sepolcro!"
Qualche volta, questo annuncio - il più grande dell'intera Storia Umana - non l'abbiamo considerato nella sua eccezionalità sconcertante. Eppure, Gesù Crocifisso - morto sulla Croce - è risorto per davvero!.
Se non fosse così - se non fosse vero - come potrebbe essere storicamente possibile che Undici Discepoli - non erano più dodici perché Giuda non c'era più - che all'arresto del loro Maestro fuggono impauriti o, addirittura, lo rinnegano - come fece Pietro - trovarono immediatamente la forza, il coraggio di riprendersi e d'annunciare a tutto il Mondo la Buona Notizia del Vangelo? L'unica risposta possibile è che Cristo è veramente Risorto dai Morti ed è veramente apparso alle Donne venute al Sepolcro, ai Discepoli che discorrevano sulla via per Emmaus e anche a quelli che se ne stavano impauriti - le porte e le finestre sbarrate - all'interno della loro casa. Cristo è veramente apparso, ha parlato, ha mangiato e bevuto insieme a loro! "Guadatemi!", ha esclamato, "…Sono proprio Io, non sono un fantasma!"
Era davvero Risorto nella sua umanità! Era proprio Lui, lo stesso Gesù nato a Betlemme, figlio di Maria e di Giuseppe, che aveva percorso con loro tutta la Terra d'Israele per annunciare l'Avvento del Regno di Dio! …E loro lo conoscevano bene!
All'inizio non ci potevano credere! Avevano avuto persino paura di quella presenza che gli sembrava l'apparizione di uno spettro! Ma poi, subito dopo, rinfrancati dalle parole del Maestro, ed aver visto con i loro occhi e toccato con le loro mani che era realmente Gesù risorto dai morti, hanno creduto! Nonostante l'insicurezza e i dubbi che li avevano assaliti dopo la disperazione per i tragici eventi degli ultimi giorni - l'arresto, l'umiliazione, il processo e la morte del Maestro - ecco che ora credevano fino in fondo! Tutto era diventato chiaro. Tutto s'era illuminato alla luce della Risurrezione!
Era tutto vero quello che lui aveva detto! Sarebbe morto ma anche risorto il terzo giorno: proprio come aveva detto Gesù! Tutto ora era chiaro e si doveva gridarlo al Mondo Intero!
Il Dio d'Israele aveva mantenuto le sue promesse! Il Messia era veramente venuto sulla Terra, aveva rivelato la pienezza di Dio, aveva sofferto, era Morto ed era Risorto, esattamente come era stato preannunciato dai Profeti!
Ormai non c'era più ombra di dubbio! Gesù Cristo era veramente il Messia! E loro - i Discepoli - avevano avuto la grazia e la fortuna d'essere vissuti con lui, la fortuna di averlo ascoltato, di aver assistito ad ogni suo gesto, ad ogni miracolo, ad ogni cosa che aveva fatto!
E la loro gioia - dobbiamo proprio immaginarcelo - è stata enorme, più grande di qualsiasi gioia che si possa immaginare!
Cristo è veramente Risorto dai Morti in Carne ed Ossa! Non è una storiella messa in giro dai suoi Discepoli e nemmeno - come dice un Vangelo - un vaneggiamento di Donne sconvolte per la tragica scomparsa del Maestro!
"Gesù è risorto! Non è più qui! Perché cercate tra le tombe colui che è vivo?"
Allora, Buona Pasqua! Che sia una Pasqua davvero felice per tutti.
Noi ci diamo appuntamento per la prossima navigazione. …E sarà già primavera!
Shalom!


Eccoci, festeggiata la Pasqua del Signore, nuovamente imbarcati ed in partenza! C'attende l'ultima grande isola dei Vangeli, quella di San Giovanni. Prima di salpare, mi raccomando di tenere a portata di mano il salvagente… e il testo del Vangelo!
Il Vangelo di Giovanni, infatti, è piuttosto difficile e burrascoso. Più che in tutti gli altri Vangeli, Gesù ha delle dispute molto accese con chi lo contesta. E poi, usa un linguaggio difficile da capire. A volte sembra parlare come un filosofo. La gente che l'ascolta spesso fraintende le sue parole; in alcuni casi capisce addirittura l'esatto contrario di quello che Gesù intende dire. Insomma, è un Vangelo per niente facile. Ma noi lo percorreremo ugualmente. Voi rimanete ben saldi ai vostri posti e vedrete che tutto andrà per il meglio!
Che i Vangeli Sinottici (ovvero quelli simili l'uno all'altro) siano tre lo sappiamo già. Sono quelli di: Marco, Matteo e Luca. Quindi, quello di Giovanni non è un Vangelo Sinottico e perciò non è simile agli altri tre.
Infatti, tante cose che ci sono negli altri Vangeli non sono riportate nel Vangelo di Giovanni; allo stesso modo, tante cose che troviamo nel Vangelo di Giovanni non sono scritte negli altri tre.
Facciamo due esempi: la resurrezione di Lazzaro - che certo tutti ricordiamo bene - non è narrata né da Marco, né da Matteo e neppure da Luca. Solo Giovanni ne parla. Viceversa, il racconto dell'istituzione dell'Eucarestia - quando Gesù nell'Ultima Cena trasforma realmente e veramente il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue - è puntualmente descritto nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca, mentre Giovanni non ne parla e al suo posto riporta il bellissimo discorso che Gesù fece il Giovedì Santo durante l'Ultima cena dopo aver lavato i piedi ai Discepoli.
Bene! Ora avviciniamoci un pochino di più all'isola del Vangelo di Giovanni e cerchiamo di conoscerla meglio anche se ancora la vediamo un po' da lontano.
Il Vangelo di Giovanni, in ordine di tempo, è stato scritto per ultimo. Giovanni era molto vecchio, siamo attorno all'anno 100 dopo la nascita di Gesù. Il Signore era già morto, risorto ed asceso al cielo da una settantina d'anni. Giovanni, ai tempi di Gesù, era il più giovane dei Discepoli, era quasi un ragazzo. Più o meno poteva avere vent'anni. Perciò, facendo i conti, quando scrisse il suo Vangelo aveva circa ottant'anni. Probabilmente non era lui che scriveva di suo pugno il Vangelo. Qualcuno dei suoi amici più giovani s'incaricava di farlo. Giovanni dettava e quello scriveva ordinatamente ciò che l'Apostolo diceva. Giovanni era il più raffinato ed istruito dei 12 Discepoli. Anche lui aveva iniziato come pescatore al pari di suo fratello Giacomo, ma di certo era uno che gli piaceva studiare. Dopo la Risurrezione e l'Ascensione al cielo di Gesù, lui, insieme a Maria - che Gesù stesso gli aveva affidato quando stava morendo in croce -, da Gerusalemme dove si trovavano, era partito per Efeso, che ai quei tempi era una città molto importante dove si studiava e si faceva molta filosofia.
Giovanni nel suo Vangelo utilizza alcune espressioni e delle idee che, seppur autenticamente cristiane, vengono espresse con una sensibilità e un linguaggio molto simili a quelli dei filosofi greci.
Perché Giovanni ha scritto il suo Vangelo in quel modo e non similmente ai Vangeli Sinottici?
La risposta è questa: siccome l'ha scritto con l'intenzione di diffonderlo fra i pagani e le persone colte di origine ebraica, ha pensato bene di raccontare gli insegnamenti di Gesù con dei termini, dei modi di dire e con delle parole che fossero il più possibile comprensibili alle persone che avrebbero letto il suo Vangelo. Insomma, Giovanni ha aggiustato il tiro per farsi capire da chi sapeva pochissimo delle tradizioni ebraiche e dell'Antico Testamento, ma viveva immerso nei modi di pensare e d'esprimersi dei greci o che comunque a quella cultura faceva riferimento.
Anche questa volta è finito il tempo e lo spazio!
Ora sbarchiamo sulla spiaggia dell'isola del Vangelo di San Giovanni dandoci appuntamento per il mese prossimo. Io ne approfitto per fare merenda.
Shalom!


Ci eravamo lasciati sulla spiaggia dell'isola del Vangelo di San Giovanni ed eccoci qui pronti ad esplorarla. Come abbiamo detto, questo Vangelo è più difficile di tutti gli altri perché bisogna essere un po' filosofi per capirlo.
Tuttavia, niente paura! Parleremo di un fatto che già conosciamo molto bene, così le cose saranno un po' più semplici del previsto. Ad esempio: Lazzaro sapete chi è? Vero che lo sapete? …Certo che sì!
La resurrezione di Lazzaro, amico di Gesù e fratello di Marta e Maria - che vivevano tutti a Betania, un villaggio adagiato sulle colline intorno a Gerusalemme - è narrata nel capitolo 11 versetti 1-57. Il brano è troppo lungo per riportarlo per intero. Se non lo ricordate bene, dovete andare a rileggerlo. Prima di questo avvenimento che lo porta alla ribalta, di Lazzaro non si parla nei Vangeli. Tuttavia, l'evento di cui è protagonista - la sua risurrezione - è davvero una cosa straordinaria. Altre volte Gesù aveva resuscitato qualcuno, come nei casi del figlio della vedova di Nain o della figlia di Jairo, citati nel Vangelo di Luca.Tuttavia, queste resurrezioni - altrettanto sconcertanti - non hanno avuto la notorietà di quelle di Lazzaro. In realtà, le altre resurrezioni Gesù le aveva operate in piccoli villaggi lontani da Gerusalemme. Al contrario, la risurrezione di Lazzaro - è accaduta a Betania, una località che è quasi un sobborgo di Gerusalemme. Per giunta, erano presenti tanti abitanti della città venuti per consolare Marta e Maria. La Risurrezione di Lazzaro aveva suscitato molto scalpore e tanta invidia. Infatti, il Vangelo ci dice che da quel giorno i Capi delle Autorità Civili e Religiose decretano d'uccidere Gesù e, in seguito, decideranno anche d'ammazzare lo stesso Lazzaro.
Abbiamo riflettuto su ciò che accadde storicamente e perché la Risurrezione di Lazzaro è molto più importante delle altre che Gesù operò durante i suoi spostamenti in lungo e in largo per la Terra d'Israele. Ma, oltre a questo, qual è il significato della Risurrezione di Lazzaro? Nel racconto evangelico, le parole più importanti - più forti - di Gesù sono queste:
"Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, anche se muore, vivrà."
E poi aggiunge qualcosa. In questo caso lo dice a Marta, ma è una domanda che in realtà Gesù fa a ciascuno di noi in prima persona. … "Credi tu questo?" …Ci credi?
A noi pare quasi ovvio che il Signore con la parola "Morte" intende la morte fisica, il non esserci più. Tuttavia, se ci pensiamo bene, le parole di Gesù sono intese anche nel senso della "Morte Spirituale", la Morte dell'Anima oppressa dal Peccato. Gesù, probabilmente, intendeva entrambe le morti. Dio, quindi, concede la Vita - la Vita Eterna intesa come Resurrezione fisica e spirituale - a chi dimostra di credere in Lui. Infatti, la dottrina della Chiesa c'insegna che la nostra resurrezione non sarà o solo spirituale o solo fisica. Noi risorgeremo con la nostra individualità che è formata non solo dall'Anima - dallo Spirito - ma anche dal nostro Corpo Fisico: dal nostro essere Carne. Un Corpo Fisico che sarà trasformato - certo - ma che conserverà comunque la nostra individualità, la nostra unicità rispetto a tutti gli altri.
"Io sono la risurrezione e la vita". Dio è l'autore della vita. Ne è il Signore. E' colui che può tutto su di essa e quindi ha anche il potere di farla resuscitare. La risurrezione di Lazzaro è dunque un segno. Oppure, potremmo considerarla una "prova certa" che Dio dà di sé a Maria, a Marta e a tutte quelle persone che piangevano attorno al sepolcro. Ed è stata una prova così chiara e indiscutibile, che le Autorità Civili e Religiose di Gerusalemme, venutene subito a conoscenza, decidono d'uccidere Gesù perché ormai costituiva un serio pericolo per il loro potere.
Ok, per il momento è tutto. Abbiamo imparato a conoscere un po' di più Vangeli. Rientriamo al Porto. La prossima volta ci lasceremo alle spalle le isole dei Vangeli e faremo vela verso il libro degli Atti degli Apostoli.


Ciao a tutti! Dopo qualche mese di pausa estiva riprendiamo la nostra navigazione nel Mare della Parola di Dio. Lasciato l'arcipelago dei quattro Vangeli, oggi sbarchiamo sull'isola degli Atti degli Apostoli.
Questo libro, fondamentale per ricostruire i primi anni della Storia e della Fede della Chiesa, è stato scritto da un Evangelista: San Luca. Vi ricordate del suo Vangelo? …E' quello che parla soprattutto della Misericordia di Dio, del Perdono, della certezza che tutti - anche i più cattivi - possano cambiare e diventare più buoni.
Bene! Luca scrisse anche il resoconto della Prima Comunità Cristiana. Inizialmente si parla della Chiesa di Gerusalemme, in Israele. Poi, Luca segue Paolo nei suoi lunghi viaggi in quelli che oggi sono la Turchia e la Grecia fino all'arrivo a Roma: la Capitale dell'Impero. I Protagonisti del racconto sono tutti gli Apostoli, ma soprattutto Pietro, che è il Primo Capo, il Primo Papa. E poi: San Paolo, ma anche Santo Stefano, il Primo Martire, il primo a perdere la vita per testimoniare la sua Fede in Gesù. Qualcosa viene detto anche su Maria, la Madre di Gesù, ma non è molto a dire il vero.
Tanti sono gli avvenimenti importanti descritti negli Atti degli Apostoli. All'inizio si parla dell'Ascensione al Cielo del Signore del suo tornare alla destra di Dio Padre. A seguire, si narra la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli che stavano in preghiera all'interno del Cenacolo: proprio dove Gesù aveva istituito l'Eucarestia durante l'Ultima Cena… e tante altre cose, compresi i viaggi avventurosi di San Paolo. Dire tutto è impossibile. Perciò oggi ci fermeremo su uno dei tanti importanti temi contenuti in questo meraviglioso libro. E questa cosa importante è il filo che unisce tutte le pagine degli Atti degli Apostoli: dalla prima all'ultima pagina, dalla prima all'ultima riga. Questo filo conduttore è la Testimonianza di Fede. Partiamo proprio dall'inizio: l'Ascensione del Signore.
Pochi istanti prima di congedarsi dai suoi Discepoli ed Ascendere al Cielo, Gesù spiega il senso fondamentale della sua Missione in mezzo agli Uomini, invitandoli ad annunciare la Buona Novella a tutti i Popoli della Terra: a predicare la conversione e a proclamare il perdono dei peccati. Tuttavia, l'annunciare il Vangelo non è una prerogativa, un diritto-dovere riservato solo agli Apostoli o, ai giorni nostri, solo ai Preti. Annunciare il Vangelo è compito di ogni Cristiano. Annunciare è Testimoniare. Testimoniare significa dare atto della verità e della bontà della Parola del Signore. Ma per Testimoniare la Verità occorre essere dei Testimoni credibili. Se alle parole non seguono fatti concreti - se non riusciamo a dare dei Buoni Esempi - non siamo Testimoni degni di fede e nessuno ci crederà. Predicare bene e razzolare male non è annunziare Cristo!... Anche se tanti lo fanno.
Dare il buon esempio per testimoniare la Fede è essenziale. Testimoniare Cristo con il proprio stile di vita, più che con tanti discorsi, è Evangelizzare, è trasmettere positivamente la Fede in Gesù Cristo. Questo è precisamente quello che hanno fatto i Primi Cristiani anche a costo di rimetterci la vita, come è accaduto a Santo Stefano. Approfondiremo questo argomento la prossima volta. E poi cercheremo di capire il senso del valore della Libertà che li ha animati portandoli a respingere ogni forma di fondamentalismo facendoli invece incamminare sull'unica via possibile indicata da Gesù: quella dell'Amore! …A presto!


Se non ricordo male, durante la nostra navigazione ultimamente siamo approdati all'Isola degli Atti degli Apostoli e abbiamo iniziato ad esplorarla scoprendo che il tema principale di tutte le cose che vengono dette e narrate è la "Testimonianza della Fede in Gesù". Una Testimonianza che, per essere credibile, deve essere Vera e Coerente. Oggi parliamo del Primo Martire Cristiano. Si tratta di Santo Stefano che, a quanto si sa, era un Diacono. Nel Libro degli Atti degli Apostoli, le sue vicende sono trattate nel 6 e 7 capitolo. Santo Stefano è il primo Martire: il primo uomo che ha testimoniato la Fede in Cristo fino all'estremo sacrificio. Perché lo ha fatto? Era un folle o credeva veramente in quello che diceva? Ma vale proprio la pena di morire per la propria Fede? E se questo poteva essere vero ai suoi tempi, può esserlo anche oggi? Attraverso i secoli, la Storia della Chiesa ha mostrato due facce di una stessa medaglia. Ci sono stati tanti uomini e tante donne che sono morti, che muoiono e ancora moriranno per testimoniare la loro Fede, per non rinunciare a quella speranza che è venuta nel Mondo con la nascita di Gesù. Ma, purtroppo, la seconda faccia della medaglia è più triste perché - nel nome della stessa Fede per la quale i martiri si sono offerti - noi Cristiani abbiamo ucciso e discriminato. Pensiamo alle persecuzioni contro gli Ebrei, contro le cosiddette streghe, contro coloro che disobbedivano alla Chiesa: gli Eretici, i Protestanti, gli Ortodossi. E questo, solo per quanto riguarda il passato. Un passato che non è sempre così lontano come si verrebbe credere. Pensate che una certa parte della Chiesa non uccida più per ragioni legate alla Fede?Sì, è così, ma di sofferenza ne causa ancora. Il condannare, l'allontanare coloro che vivono uno stile di vita diverso da quello prescritto dalla Chiesa, non è forse arrecare grande dolore esaltando esageratamente dei principi che col tempo cambiano e che pur se sono una diretta conseguenza del Vangelo, non sono il "Cuore della Legge di Dio?" La Fede può davvero diventare un peso insostenibile e causa di sofferenza. Dio ama tutte le sue creature. Noi non dovremmo fare altrettanto, e non solo a parole? Ci vogliono delle regole, certo! Ma qual è la regola fondamentale del Vangelo - del Cuore di Dio - alla quale la nostra Fede, il nostro essere Cristiani, deve ispirarsi? Non l'ha detto una persona qualsiasi e nemmeno i contestatori della Chiesa! Lo ha detto Gesù! E la Chiesa è sua, non nostra, e non è nemmeno dei preti o dei vescovi.
"Amerai il Signore tuo Dio sopra ogni cosa e il Prossimo tuo come te stesso!"
Ci sono tanti martiri che sono morti, che muoiono e che moriranno per testimoniare la Fede in Dio e nella Chiesa e noi gli rendiamo onore sempre com'è giusto che sia. Ma non dimentichiamo che ci sono tanti credenti che ogni giorno vivono il loro martirio, la loro sofferenza, e che del loro martirio sono responsabili quegli uomini di Chiesa che non sanno offrire loro che delle parole che non si fondano sul Cuore di Dio e dell'Uomo, ma su dei discorsi per i quali è più importante il principio che si afferma che non il dolore che si causa. C'è solo l'amore delle regole da rispettare? …Non credo.
Qualche domanda, ce la dobbiamo proprio fare. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano il martirio di Santo Stefano morto per testimoniare la sua Fede. E noi, cosa testimoniamo? In quale Fede crediamo? In una Fede fatta unicamente di regole o una Fede fondata sull'Amore, come fu quella che animava la Chiesa dei Primi Cristiani, descritta negli Atti degli Apostoli? È importante chiedercelo!


Oggi approdiamo all'arcipelago delle Lettere scritte dagli Apostoli. Il più importante di questi autori è sicuramente San Paolo. Tuttavia, anche San Pietro, San Giovanni e San Giacomo hanno scritto delle Lettere e poi ce n'è anche una di Giuda che naturalmente non è quel Giuda che ha tradito Gesù, ma un altro Discepolo con lo stesso nome. Lo spazio a nostra disposizione per fare un giretto in questo nuovo arcipelago nel Mare della Parola di Dio non è sufficiente per considerare tutto ciò che è racchiuso nelle Lettere dei Discepoli. Perciò, tratteremo un solo concetto dei tantissimi esposti e spiegati in questi Testi del Nuovo Testamento. C'occupiamo del rapporto tra Fede e Opere. Per farlo consideriamo due scritti: uno di San Paolo - tratto dalla Lettera ai Romani - e l'altro dalla Lettera di San Giacomo, che paiono divergere fra loro per quanto riguarda il modo d'intendere il valore delle Opere e della Fede. La domanda di fondo è: ci si salva semplicemente perché si ha fede o ci salva perché si adempiono dei precetti e si fanno delle opere buone? Nella Lettera ai Romani San Paolo afferma:
"L'uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge." E più avanti, San Paolo continua: "A chi lavora, il salario non viene calcolato come un dono, ma come debito; a chi invece non lavora, ma crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia."
San Giacomo invece dice qualcosa di diverso: "Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede."
Voi cosa ne pensate? Chi dei due ha ragione? Avete mai pensato che noi Uomini e Donne abbiamo nei confronti di Dio non solo dei Doveri, ma anche dei Diritti? Certo, la domanda è insolita. Magari non ce la siamo mai fatta. Non è una di quelle domande ricorrenti nel Catechismo. Abbiamo certo dei Doveri verso Dio - a lui infatti dobbiamo tutto - ma vantiamo anche dei Diritti? Ad esempio: il diritto d'andare in Paradiso se ci siamo comportati bene, se abbiamo osservato le sue Leggi oppure abbiamo dei diritti dal fatto stesso che abbiamo Fede in Gesù? È un Diritto che s'acquisisce quello d'essere salvati o è un Dono gratuito di Dio? Siamo certi che, se ci siamo comportati bene, finiremo in Paradiso e se ci siamo comportati male andremo all'Inferno? Certo, uno si sforza - come può - ad osservare la Legge, ma poi, per tornare alla domanda iniziale, siamo certi che del nostro essere dei Buoni Cristiani, ne consegue un Diritto da poter rivendicare davanti a Dio? Gesù condanna la Fede algebrica del più e del meno del peccato e delle buone opere. Dice che così non va bene. Dice che il formalismo nei rapporti con Dio è un'illusione, che le Leggi di Dio e il suo senso di Giustizia non sono come quelli umani. …Ok! Mi stanno dicendo che il tempo è scaduto. Continuiamo la prossima volta. Buon Avvento a tutti! …E non dimenticate di leggere la Bibbia!


Proseguiamo il discorso della volta precedente sulla Fede e le Opere e se noi Uomini e Donne abbiamo solo dei Doveri nei confronti di Dio o anche dei Diritti. Consideriamo questo: Per Gesù, e quindi anche per Paolo e Giacomo, la Fede non si basa su Diritti e Doveri. Per Gesù ci vuole soprattutto il Cuore. Si deve mettere il Cuore nelle cose… ed anche un po' di cervello per comprendere il perché bisogna fare delle cose evitando di farne altre. Allora, chi ha ragione dei due: San Paolo o San Giacomo? La Fede non è principalmente un cammino da seguire per salvarsi - è anche questo - ma è soprattutto adempiere alla Volontà di Dio perché da questo deriva il nostro Bene. Non si fa il Bene perché si riceverà qualcosa in cambio o s'evita il Male per non ricevere una punizione. Si fa il Bene perché è giusto in sé stesso e non si fa il Male perché farlo è semplicemente una cosa sbagliata. Ma torniamo alla domanda iniziale: ha ragione San Paolo oppure Giacomo in fatto di Fede e di Opere? In realtà è scorretto - nei confronti di Dio - parlare di Diritti e di Doveri. Non se ne può parlare in questi termini. Il rapporto fra Dio e l'Uomo non è un Contratto che deve essere rispettato da entrambe le parti, ma piuttosto un'Alleanza che si fonda sull'Amore e sull'Amicizia. Nell'Amore umano - ad esempio - ci sono dei Diritti e dei Doveri. Ce ne sono se consideriamo il Matrimonio come un Contratto tra due persone. E questo serve a regolare i rapporti fra i coniugi al fine di tutelare entrambi. Ma… se in una famiglia s'arriva al punto d'invocare l'adempimento dei Doveri e il rispetto dei Diritti significa che qualcosa non funziona, che l'amore non c'è più oppure è diventato un amore malato. Quando invece c'è l'Amore Vero s'agisce sollecitati dal Cuore il più spontaneamente possibile. Se si ama veramente, non si pensa nemmeno d'avere dei Diritti o dei Doveri. L'unica cosa che si desidera è il bene dell'altro e la sua vicinanza. Tale è il rapporto che Dio ha con noi e tale deve essere il nostro rapporto con Dio. Un Amore in cui ciò che conta è il Bene dell'altro, è il renderlo felice, è il condividere l'esperienza della Vita. La Fede, il nostro rapporto con Dio, non si basa su Diritti e Doveri, ma sull'Amore ricambiato. Dio non è qualcuno con cui stipuliamo un contratto del tipo: io ti do questo se tu mi dai quest'altro. Ciò significherebbe la fine disonorevole della Fede. La Fede non è solo espressa dalle opere né le opere possono da sole esprimere la Fede. Con Dio non abbiamo un contratto di Diritti o di Doveri, ma un legame familiare, affettivo. Coltiviamo giorno per giorno il nostro Amore per Dio con naturalezza, con spontaneità, certi che il Signore mai considererà il nostro rapporto con Lui nei termini di un Contratto di Diritti e di Doveri, di cose da fare da non fare. Ciò che conta nella Fede e nelle Opere non è l'idolo del contraccambio o l'idolo dell'efficienza e nemmeno l'idolo della paura, ma l'Amore. Questo è il Dio degli Ebrei e dei Cristiani: un Dio che è Amore, non un idolo di calcolo e di efficienza! …La prossima volta concluderemo la nostra navigazione nel Nuovo Testamento con l'ultimo libro della Bibbia: l'Apocalisse di San Giovanni. Buon Natale e Felice Anno Nuovo!


Ci eravamo lasciati sulla spiaggia dell'isola del Vangelo di San Giovanni ed eccoci qui pronti ad esplorarla. Come abbiamo detto, questo Vangelo è più difficile di tutti gli altri perché bisogna essere un po' filosofi per capirlo.
Tuttavia, niente paura! Parleremo di un fatto che già conosciamo molto bene, così le cose saranno un po' più semplici del previsto. Ad esempio: Lazzaro sapete chi è? Vero che lo sapete? …Certo che sì!
La resurrezione di Lazzaro, amico di Gesù e fratello di Marta e Maria - che vivevano tutti a Betania, un villaggio adagiato sulle colline intorno a Gerusalemme - è narrata nel capitolo 11 versetti 1-57. Il brano è troppo lungo per riportarlo per intero. Se non lo ricordate bene, dovete andare a rileggerlo. Prima di questo avvenimento che lo porta alla ribalta, di Lazzaro non si parla nei Vangeli. Tuttavia, l'evento di cui è protagonista - la sua risurrezione - è davvero una cosa straordinaria. Altre volte Gesù aveva resuscitato qualcuno, come nei casi del figlio della vedova di Nain o della figlia di Jairo, citati nel Vangelo di Luca.Tuttavia, queste resurrezioni - altrettanto sconcertanti - non hanno avuto la notorietà di quelle di Lazzaro. In realtà, le altre resurrezioni Gesù le aveva operate in piccoli villaggi lontani da Gerusalemme. Al contrario, la risurrezione di Lazzaro - è accaduta a Betania, una località che è quasi un sobborgo di Gerusalemme. Per giunta, erano presenti tanti abitanti della città venuti per consolare Marta e Maria. La Risurrezione di Lazzaro aveva suscitato molto scalpore e tanta invidia. Infatti, il Vangelo ci dice che da quel giorno i Capi delle Autorità Civili e Religiose decretano d'uccidere Gesù e, in seguito, decideranno anche d'ammazzare lo stesso Lazzaro.
Abbiamo riflettuto su ciò che accadde storicamente e perché la Risurrezione di Lazzaro è molto più importante delle altre che Gesù operò durante i suoi spostamenti in lungo e in largo per la Terra d'Israele. Ma, oltre a questo, qual è il significato della Risurrezione di Lazzaro? Nel racconto evangelico, le parole più importanti - più forti - di Gesù sono queste:
"Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, anche se muore, vivrà."
E poi aggiunge qualcosa. In questo caso lo dice a Marta, ma è una domanda che in realtà Gesù fa a ciascuno di noi in prima persona. … "Credi tu questo?" …Ci credi?
A noi pare quasi ovvio che il Signore con la parola "Morte" intende la morte fisica, il non esserci più. Tuttavia, se ci pensiamo bene, le parole di Gesù sono intese anche nel senso della "Morte Spirituale", la Morte dell'Anima oppressa dal Peccato. Gesù, probabilmente, intendeva entrambe le morti. Dio, quindi, concede la Vita - la Vita Eterna intesa come Resurrezione fisica e spirituale - a chi dimostra di credere in Lui. Infatti, la dottrina della Chiesa c'insegna che la nostra resurrezione non sarà o solo spirituale o solo fisica. Noi risorgeremo con la nostra individualità che è formata non solo dall'Anima - dallo Spirito - ma anche dal nostro Corpo Fisico: dal nostro essere Carne. Un Corpo Fisico che sarà trasformato - certo - ma che conserverà comunque la nostra individualità, la nostra unicità rispetto a tutti gli altri.
"Io sono la risurrezione e la vita". Dio è l'autore della vita. Ne è il Signore. E' colui che può tutto su di essa e quindi ha anche il potere di farla resuscitare. La risurrezione di Lazzaro è dunque un segno. Oppure, potremmo considerarla una "prova certa" che Dio dà di sé a Maria, a Marta e a tutte quelle persone che piangevano attorno al sepolcro. Ed è stata una prova così chiara e indiscutibile, che le Autorità Civili e Religiose di Gerusalemme, venutene subito a conoscenza, decidono d'uccidere Gesù perché ormai costituiva un serio pericolo per il loro potere.
Ok, per il momento è tutto. Abbiamo imparato a conoscere un po' di più Vangeli. Rientriamo al Porto. La prossima volta ci lasceremo alle spalle le isole dei Vangeli e faremo vela verso il libro degli Atti degli Apostoli.
Shalom!


Rieccoci, col freddo freddissimo di Gennaio, a mollare gli ormeggi della nostra barchetta e far vela verso l'ultima isola del Nuovo Testamento che ci resta da esplorare: il libro dell'Apocalisse di San Giovanni.
A molti, il solo nominare la parola apocalisse, vengono in mente grandi sciagure, cose terrificanti, scontri epici, un vorticoso susseguirsi di avvenimenti terribili.
Apocalisse, nel nostro vocabolario e nel nostro immaginario è diventato sinonimo di catastrofe, cataclisma, distruzione.
Eppure, non è così, perché la parola apocalisse - che è un vocabolo di origine greca - significa "rivelazione". E tale, infatti, vuole essere nell'intento di San Giovanni che la scrisse, ormai vecchio, quando era prigioniero nell'isola di Patmos, una specie di Alcatraz del Mondo Antico, che si trova in Grecia nel mare Egeo.
Ora addentriamoci nel libro o, se preferite, all'interno dell'isola dell'Apocalisse dove siamo appena approdati con la nostra barchetta.
Apocalisse, quindi, significa "rivelazione" e non "un disastro terribile".
In realtà, con questo libro Dio, attraverso San Giovanni, ci vuole dire cosa accadrà alla fine dei tempi e che fine faremo noi, la Terra, il Cielo e tutto quanto l'Universo. …Ma occorre fare molta attenzione a ciò che si legge, perché il linguaggio del libro dell'Apocalisse è simbolico: non è la cronaca, riga per riga, fatto per fatto, di quello che esattamente accadrà.
Sono infatti utilizzati dei "simboli e delle allegorie". Il simbolo e l'allegoria rappresentano un qualcosa, un concetto, un significato molto più vasto e profondo rispetto a ciò che lo rappresenta. Facciamo un esempio per rendere tutto più chiaro: nelle fiabe la Fata rappresenta il bene, mentre la Strega, rappresenta il male. Oppure, nel regno animale: la lumaca può simboleggiare tutte quelle persone che sono lente, così come il cavallo coloro che sono veloci; la volpe le persone astute mentre l'asinello simboleggia chi non è istruito.


Eccoci ancora a navigare sul Mare del Nuovo Testamento. L'abbiamo esplorato da cima a fondo anche se correndo a vele spiegate. Per la seconda volta ci troviamo sull'isola del libro dell'Apocalisse. Oggi ultimiamo la sua scoperta soffermandoci sulla parte conclusiva in cui viene mostrata la Città di Dio, la Nuova Gerusalemme: la città perfetta a misura d'Uomo che esisterà in eterno e per sempre. Essa sarà la capitale del Regno Messianico di Pace, di Bellezza e di Gioia. Per descriverla, San Giovanni utilizza dei simboli espressivi e potenti, fatti di numeri e di cose preziose. È una simbologia straordinariamente bella che ci vuole dire un'unica cosa: la Città di Dio sarà perfetta e realizzerà pienamente il dono della Vita Eterna. È il compimento delle promesse di Dio, della Rivelazione, della Storia Universale scaturita dai Sette Giorni della Creazione e continuata con il lunghissimo cammino dell'Uomo iniziato da Adamo e subito interrotto dal peccato originale, da quel mettere da parte Dio - da quel desiderio di essere come Lui perché di Lui non se ne sentiva più la necessità - che ha avuto come dolorosa conseguenza la cacciata dal Paradiso Terrestre, dallo stato di Grazia e di Felicità che deriva all'Uomo, dall'essere vicino a Dio. Un cammino, tuttavia, subito fatto riprendere da Dio con la promessa che, alla fine, tutto sarebbe ritornato come prima, grazie all'Amore, alla sua Misericordia e alla buona volontà dell'Uomo nel dimostrarsi il più possibile degno di tornare a vivere nel Paradiso di cui la Nuova Gerusalemme del Libro dell'Apocalisse ne è l'immagine meravigliosa. Vi svelo un piccolo segreto, che non è un segreto vero e proprio, tuttavia è una cosa che molti non conoscono perché il più delle volte non viene detta parlando dell'Apocalisse di San Giovanni. Questa cosa un po' particolare, un po' nascosta, è l'Albero della Vita che cresce dentro la Città. Guardate che è lo stesso Albero di cui parla la Genesi, il primo libro della Bibbia, proprio all'inizio della Storia della Salvezza. Vi ricordate? Eva ed Adamo mangiano il frutto dell'Albero del Bene e del Male e così facendo sfidano Dio e vengono allontanati dal Paradiso. Ma poi, poco dopo, si parla di un secondo albero piantato anch'esso nel Giardino dell'Eden, nel Paradiso. Si tratta per l'appunto dell'Albero della Vita a guardia del quale, Dio vi pone un Cherubino con la spada sguainata e fiammeggiante che ha il preciso compito di non far avvicinare nessuno: né uomini, né animali: nessun essere vivente! Ed ecco che, meravigliosamente, nella Nuova Gerusalemme, nella Città Messianica di Dio, quell'albero - l'Albero della Vita - c'è ancora. Ma la novità è che l'Angelo di guardia con la spada non c'è più e perciò tutti gli esseri viventi possono mangiarne i frutti e curarsi con le sue foglie. Nella Città di Dio, in Paradiso, non ci sarà più nessun divieto: nemmeno il divieto di vivere per sempre, un divieto originato dal Peccato Originale, dal voler essere come Dio, o meglio: dei di sé stessi. Nella Nuova Gerusalemme non ci sarà più la morte, mai più nessun essere vivente morirà perché in quella Città, Dio, che è l'autore della Vita, "sarà tutto in tutti!". Ora risaliamo sulla nostra barca e rientriamo al porto. La Navigazione nel Mare del Nuovo Testamento si conclude. La prossima volta salperemo alla volta delle acque dell'Antico Testamento. Mi raccomando: nel frattempo leggete la Bibbia!


Antico Testamento: dalla Creazione ....


Conclusa la navigazione nel Mare del Nuovo Testamento - come abbiamo visto: soprattutto i Vangeli, ma non solo quelli! - oggi prendiamo un po' di fiato perché c'attende un Mare ancora più vasto da visitare in lungo e in largo. È quello dell'Antico Testamento, che è la Prima Parola rivelata da Dio ai nostri Antenati molti anni prima della venuta di Gesù. Si tratta infatti della raccolta di tutti i libri scritti prima della nascita di Gesù, ma comunque redatti in vista della sua venuta fra noi. Li possiamo quindi considerare come una meticolosa e paziente preparazione al compimento delle promesse che Dio Padre ha fatto lungo i secoli: a partire da Adamo ed Eva e dal Serpente del Peccato Originale. Vi do solo alcuni riferimenti schematici sufficienti però per orientarsi in quella parte del Gran Mare della Parola di Dio che riguarda l'Antico Testamento. I Libri contenuti sono davvero tanti! …Ma non preoccupatevi, non li visiteremo tutti come se fossero tante isole disperse nell'Oceano. Infatti, queste moltissime isole, questi numerosissimi Libri, per comodità, li raggruppiamo in 3 Grandi Arcipelaghi.
Il primo è quello del Pentateuco (o, più precisamente, si dovrebbe dire "Torah", una parola Ebraica che a volte viene tradotta come "Legge" ma che, in realtà, significa "Insegnamento") che comprende i primi 5 Libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. E' sicuramente la parte più importante dell'Antico Testamento.
Il secondo Grande Arcipelago è formato dai Libri chiamati Storici, perché ci vogliono raccontare, anche se un po' a modo loro e non sempre con rigore storico, le vicende degli Ebrei e di Israele nei tempi antichi. Ve ne cito solo alcuni: il 1° e 2° Libro di Samuele, nei quali si parla di Saul e di Davide o, anche il 1° e 2° Libro dei Maccabei che racconta la guerra d'indipendenza condotta degli Ebrei nei confronti dei re Pagani che li avevano invasi.
L'ultimo Grande Arcipelago di Libri dell'Antico Testamento - il terzo - raccoglie gli Scritti Sapienziali e dei Profeti. Ad esempio: il Libri di Isaia, Geremia, il Libro dei Salmi, il Cantico dei Cantici e così via.
Credo che per questa puntata possa bastare. C'incontreremo nuovamente il mese prossimo per solcare le onde del Mare Meraviglioso della Parola di Dio!
…E cominceremo proprio dal come tutto ebbe inizio: dalla Creazione!


"In principio…" Sono queste le meravigliose parole con le quali si apre la Genesi, il primo Testo del Libro dei Libri: la Bibbia.
"In principio…" perché, prima che Dio creasse qualcosa, non c'era proprio niente: nemmeno il Tempo.
"In principio…", all'inizio del Tempo, c'è solo Dio e la sua Parola che crea dal nulla ogni cosa che: vediamo, sentiamo, percepiamo, e anche tutte quelle cose che a noi sfuggono perché non riusciamo ad avvertire con i nostri sensi umani.

"In principio…", all'inizio del Tempo, all'inizio della Storia del Creato, all'inizio della Storia dell'Universo, all'inizio della Storia dell'Uomo - all'inizio di tutto - c'è Dio che Crea e Ama: che crea amando e che ama creando.

In Sette Giorni Dio crea l'Universo in un crescendo d'amore e di perfezione.

Il Primo Giorno crea il Cielo e la Terra, la Notte e il Giorno.
Il Secondo Giorno crea il Mare e il Firmamento.
Il Terzo Giorno crea gli Alberi, le Piante e tutti i Vegetali.
Il Quarto Giorno crea il Sole e la Luna.
Il Quinto Giorno crea i Pesci e gli Uccelli.
Il Sesto Giorno, dapprima crea tutti gli Animali Terrestri, infine, al vertice dell'Amore che crea, Dio plasma l'Uomo e la Donna e li pone al centro del Creato, al centro del Giardino dell'Eden, al centro del suo Amore, al centro del suo Cuore.
Poi, Dio crea per sé e per l'Uomo e la Donna un dono meraviglioso: il Sabato, il giorno di riposo, il giorno in cui s'interrompe qualsiasi attività fisica e si fa festa e ci si riposa. Si pensa ad altro, non al lavoro, non allo studio; ma ci si dedica a noi stessi, alla nostra famiglia, ai nostri cari, agli altri e a Dio.
E tutto il Creato, tutti gli esseri che partecipano nel rendere migliore la creazione hanno il dovere ed il diritto garantito da Dio di riposare. Così, ci dice la Genesi: di Sabato, dovranno riposare non solo gli uomini e le donne, ma anche gli animali cui viene attaccato l'aratro, le mucche e le pecore, i cammelli e tutti gli altri esseri viventi che servono l'Uomo.
Il Sabato - il riposo - è un evento grandioso che coinvolge l'Universo Intero, tutta la Creazione.
Ma ora è arrivato il tempo d'ammainare la vela e ritornare al nostro porto di partenza. Ripartiremo il mese prossimo e scopriremo Adamo ed Eva che ne combinano delle belle in quel meraviglioso Paradiso Terrestre al cui centro li ha collocati Dio in persona.
…Per il momento: "Buona Pasqua a tutti!"


La volta scorsa avevamo detto che Dio, al vertice del suo Amore che crea, ha posto l'Uomo e la Donna: Adamo ed Eva, al centro del Giardino dell'Eden, al centro del Suo Cuore.
In realtà, Dio ama tutto il Creato e tutti gli Esseri Viventi in ugual modo; ma è solo con l'Uomo e la Donna - con l'Essere Umano - che ha un vincolo particolarmente intenso e profondo perché sono gli Esseri Viventi che in assoluto gli assomigliano di più. Sono più simili a Lui rispetto a tutti gli altri. Nemmeno gli Angeli sono così simili a Lui come lo siamo noi. Siamo unici e Dio lo sa perché è Lui ad averci creato e voluto così somiglianti a Lui: uno per uno, singolarmente, irrepetibilmente.
Ora, nonostante che Adamo ed Eva sappiano di essere amati da Dio sopra ogni cosa, spinti dal Diavolo Tentatore, commettano un peccato: quello che viene detto "Peccato Originale". In quella circostanza, Adamo ed Eva fanno in assoluto la loro prima scelta libera e autonoma. E questo è di per sé un bene - una cosa positiva - perché, in questo modo, l'Uomo e la Donna manifestano la propria autonomia, possono decidere fra il Bene e il Male, fra la Cattiveria e la Bontà, fra l'Amare e l'Odiare. …Solo che il loro primo atto libero di scelta coincide con una cosa cattiva, con un peccato, e non con un qualcosa di buono, positivo, come ad esempio il resistere alla tentazione e scacciare il Serpente.
Mangiare il frutto dell'Albero del Bene e del Male che Dio aveva proibito di cibarsi, è stata una scelta libera, consapevole, autonoma, da parte dell'Uomo e della Donna. Purtroppo è stata una scelta errata. La prima volta che l'Uomo e la Donna esercitano il diritto alla Libertà sbagliano in modo clamoroso.
Per fortuna non sarà sempre così e lo vedremo proseguendo la nostra navigazione nello straordinario Mare della Parola di Dio. Per il momento Dio, accortosi di ciò che avevano fatto, chiede conto dell'accaduto ad Adamo, ad Eva e anche al Serpente. Nessuno di loro seppe pentirsi. Al contrario, saranno solo capaci di scaricarsi l'un l'altro le colpe senza assumersi alcuna responsabilità. A quel punto, Dio scaccerà l'Uomo e la Donna dal Giardino dell'Eden. Tuttavia, promette che non sarà per sempre. Un giorno tutto tornerà come prima… Un giorno che sarà nel tempo futuro.
Per il momento fermiamoci qui. Riprenderemo il discorso il mese prossimo.


Rieccoci al nostro Porto, pronti per salpare nuovamente verso l'Isola della Genesi. Nell'ultimo appuntamento abbiamo visto quanto cara costò ad Adamo ed Eva la scelta sbagliata di dare ascolto al Serpente. Furono cacciati dal Paradiso e raggiunsero la Terra così come la conosciamo noi, con le meravigliose, ma a volte crudeli, Leggi della Natura e le Leggi che saranno via via poste dalle società degli Uomini. Più che un cambiamento di luogo - dal Paradiso alla Terra - si tratta di un cambiamento di dimensione: dalla dimensione della Perfezione dell'Amore di Dio, all'Imperfetta Caducità della Vita.
Lasciati Adamo ed Eva, è giunto il momento di parlare dei loro figli: Caino ed Abele e non solo di loro, perché dopo di loro, il primo Uomo e la prima Donna ebbero altri figli e figlie.
A proposito di Caino ed Abele, talvolta, alcuni si domandano perché mai Dio preferiva i sacrifici di Abele a quelli di Caino che per questo si sentiva un po' trascurato da Dio rispetto a suo fratello. Oltretutto, Abele era un pastore e faceva le sue offerte a Dio uccidendo dei poveri animali, delle pecore, degli agnelli. Caino, invece, era un agricoltore e pertanto le sue offerte consistevano in ortaggi e frutta e quindi non è che togliesse la vita a degli animali. Perché Dio preferisce le offerte di Adamo? Dio non è dunque il Dio della Vita? Allora perché non preferisce le offerte di Caino che erano solo frutta e verdura a quelle di Abele che erano degli animali uccisi bell'apposta per onorarlo?
La domanda è molto interessante, specie per una mentalità come la nostra che inorridisce all'idea che un animale possa essere ucciso per fare un'offerta a Dio, per ringraziarlo o chiedergli qualcosa. Secondo la nostra mentalità moderna, prima che Caino uccidesse Abele, era quest'ultimo il cattivo. Tuttavia, dobbiamo sapere che la maggior parte dei personaggi di cui parla la Genesi, prima delle vicende di Abramo, non sono persone vere, storiche, esistite realmente, ma personaggi protagonisti di Miti, di Racconti, di persone che magari non sono mai esistite, di fatti che forse non si sono mai verificati, ma che comunque hanno un enorme valore perché sono Parola di Dio e vogliono spiegare qualcosa d'importante, qualcosa di vero, qualcosa di fondamentale per la Fede.
Così, Caino ed Abele non sono mai esistiti davvero in carne ed ossa. Tuttavia, ciascuno di loro rappresenta qualcosa di molto importante. A questo punto dobbiamo spiegare una cosa importante, così tutto diventerà più chiaro e comprensibile. State tutti molto attenti. …Ahi! Tempo e spazio scaduti! Pazienza, continuiamo la volta prossima.


Eravamo rimasti al fatto che c'è qualcosa d'importante da sapere per capire perché Dio preferisce le offerte di Abele rispetto a quelle del fratello Caino.
Abele è preferito da Dio rispetto a Caino, non perché le sue offerte comportano l'uccisione di animali, ma perché Abele è un pastore nomade così come lo erano gli Ebrei che avrebbero letto quella storia. Il Popolo Eletto da Dio - quello a cui il Signore aveva consegnato la Bibbia - si poteva così immedesimare con la figura positiva di Abele. Al contrario, Caino è rappresentato come un agricoltore, simboleggia gli abitanti pagani delle antiche città che erano stanziali, cioè abitavano sempre nello stesso luogo - non nomadi come gli Ebrei - e perciò potevano dedicarsi all'agricoltura. Per questa ragione, sin dall'inizio, Dio preferisce Abele e le sue offerte. Tuttavia, questa predilezione per Abele, per il pastore nomade, per il Popolo Ebraico, non diminuisce l'Amore che Dio nutre per Caino perché anch'egli è suo figlio. Anche le persone che credono in altri dei, o che non credono affatto, sono ugualmente amate da Dio. Tutti - nessuno escluso - sono suoi figli.
Dio ama Caino e si rattrista quando Caino si fa vincere dalla gelosia verso il fratello Abele. Dio spera che Caino vinca sé stesso e si riconcili con il fratello tornando ad essergli amico e, infatti, gli dice: " Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo." Ciò significa una cosa importante e cioè che molte sono le tentazioni, le occasioni di peccato, tuttavia l'uomo - che è dotato della ragione, della capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male - deve scegliere la cosa migliore, cioè: non solo il proprio Bene, ma anche quello di tutti, specie quando la ricerca del bene per sé stessi può comportare un male per altri.
Lo sappiamo: alla fine, Caino non seguirà il consiglio di Dio - la voce della sua buona coscienza - ed ucciderà il fratello Abele: il Buono, il Giusto, l'Amato da Dio.
Però, nonostante questo, Dio non punisce terribilmente Caino con la morte, ma lo esilia soltanto. Addirittura lo protegge dalla vendetta di chi vorrebbe vendicare Abele.
Nonostante tutto, nonostante che abbia ucciso il fratello, a Caino non è negata la speranza di poter un giorno riconciliarsi con Dio e di essere perdonato per il male che ha fatto.
Dio, fin dal principio, mostra il suo Volto Misericordioso.


Dopo le vicende di Caino ed Abele, la Genesi prosegue con l'ulteriore discendenza di Adamo ed Eva che ebbero un altro figlio e lo chiamarono Set.
Successivamente, sale alla ribalta un personaggio che certamente tutti noi conosciamo bene: Noè, quello dell'Arca con tutti gli animali salvati dal diluvio.
È una storia bella che conosciamo molto bene, anche se non siamo mai riusciti a capire -
io per primo - come facevano a starci tutti gli animali sulla nave costruita da Noè, compresi gli enormi elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti, le altissime giraffe e le puzzole che sicuramente hanno creato dei grossi problemi a causa del loro cattivo odore.
E poi, gli orsi bianchi e i pinguini come facevano senza ghiaccio?
Be! È un mistero! Ora, però vi dico una cosa che sono certo non conoscete ancora. Ve la propongo come un indovinello e vediamo se sapete rispondere.
Dio, a causa di tutti i peccati commessi dagli uomini, manda il diluvio universale per distruggere ogni essere vivente: tutti gli animali e gli umani, ad eccezione di Noè, dei suoi familiari e dalle coppie di ciascun tipo di animale terrestre, compresi gli uccelli. Ma allora, ditemi, essendo anch'essi degli esseri viventi, perché Dio non distrugge anche i pesci?
I pesci durante il diluvio non sono morti perché mica potevano annegare! Non vi pare? I pesci vivono nell'acqua! E allora?
Chi lo sa, per il momento alzi la mano, perché non abbiamo più spazio per rispondere. Prometto che ve lo dirò alla prossima puntata in cui, oltre al diluvio, parleremo anche dell'altissima Torre di Babele.


Vi ricordate che l'ultima volta avevo promesso che avrei svelato l'indovinello del perché Dio, mandando il diluvio, non ha ucciso anche tutti i pesci, dato che i pesci ovviamente non annegano perché vivono nell'acqua?
Qualcuno ha alzato la mano perché forse la sa già. Comunque, la riposta è semplice: a quei tempi, in cui qualcuno ha pensato di raccontare - prima oralmente, poi per iscritto - la storia di Noè, dell'Arca e del Diluvio Universale, i pesci non erano ritenuti dei veri e propri animali come gli animali terrestri e gli uccelli ma, semplicemente, si pensava fossero delle semplici creature non del tutto animali. Si riteneva che non avessero il Soffio della Vita.
A tal proposito, se vi ricordate, anche all'inizio della Genesi - di questo Libro della Bibbia di cui stiamo parlando - Dio crea i pesci in un giorno diverso da quello in cui crea - tutti nello stesso giorno - gli animali terrestri, gli uccelli e l'uomo. Dio, creando, separa i pesci dall'Uomo e dal resto degli animali.
Dio, con il Diluvio, non distrugge i pesci insieme a tutti gli altri animali, agli uccelli e all'uomo, semplicemente perché i pesci, a quei tempi, non erano considerati dei veri e propri esseri viventi al pari degli altri animali e dell'uomo.
Ma veniamo ora ad un altro grande evento della Genesi. È anch'esso molto conosciuto anche se non come il Diluvio Universale. Si tratta della Torre di Babele: quell'altissima torre che gli uomini di tutti i popoli del Mondo decidono di costruire per fare un dispetto a Dio raggiungendo il Cielo dove lui abita. Dio non è che s'arrabbia molto. A sua volta tira un brutto scherzetto agli uomini. Distrugge la torre e li confonde tutti facendoli parlare l'un l'altro delle lingue diverse. Insomma, succede una grande confusione in cui non si capisce più niente!
E, infatti, ancor oggi, si dice che c'è una gran Babele quando le cose diventano così complicate che alla fine non ci si capisce più nulla!


Eravamo rimasti al fatto che c'è qualcosa d'importante da sapere per ca-pire perché Dio preferisce le offerte di Abele rispetto a quelle del fratello Caino.
Abele è preferito da Dio rispetto a Caino, non perché le sue offerte com-portano l'uccisione di animali, ma perché Abele è un pastore nomade così come lo erano gli Ebrei che avrebbero letto quella storia. Il Popolo Eletto da Dio - quello a cui il Signore aveva consegnato la Bibbia - si poteva così immedesimare con la figura positiva di Abele. Al contrario, Caino è rappresentato come un agricoltore, simboleggia gli abitanti pagani delle antiche città che erano stanziali, cioè abitavano sempre nello stesso luogo - non nomadi come gli Ebrei - e perciò potevano dedicarsi all'agricoltura. Per questa ragione, sin dall'inizio, Dio preferisce Abele e le sue offerte. Tuttavia, questa predilezione per Abele, per il pastore no-made, per il Popolo Ebraico, non diminuisce l'Amore che Dio nutre per Caino perché anch'egli è suo figlio. Anche le persone che credono in altri dei, o che non credono affatto, sono ugualmente amate da Dio. Tutti - nessuno escluso - sono suoi figli.
Dio ama Caino e si rattrista quando Caino si fa vincere dalla gelosia verso il fratello Abele. Dio spera che Caino vinca sé stesso e si riconcili con il fratello tornando ad essergli amico e, infatti, gli dice: " Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo." Ciò significa una cosa importante e cioè che molte sono le tentazioni, le occasioni di peccato, tuttavia l'uomo - che è dotato della ragione, della capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male - deve scegliere la cosa migliore, cioè: non solo il proprio Bene, ma anche quello di tutti, specie quando la ricerca del bene per sé stessi può comportare un male per altri. Lo sappiamo: alla fine, Caino non seguirà il consiglio di Dio - la voce della sua buona coscienza - ed ucciderà il fratello Abele: il Buono, il Giusto, l'Amato da Dio.
Però, nonostante questo, Dio non punisce terribilmente Caino con la morte, ma lo esilia soltanto. Addirittura lo protegge dalla vendetta di chi vorrebbe vendicare Abele. Nonostante tutto, nonostante che abbia ucciso il fratello, a Caino non è negata la speranza di poter un giorno riconciliarsi con Dio e di essere perdonato per il male che ha fatto.
Dio, fin dal principio, mostra il suo Volto Misericordioso.
Dopo le vicende di Caino ed Abele, la Genesi prosegue con l'ulteriore discendenza di Adamo ed Eva che ebbero un altro figlio e lo chiamarono Set. Successivamente, sale alla ribalta un personaggio che certamente tutti noi conosciamo bene: Noè, quello dell'Arca con tutti gli animali salvati dal diluvio.
È una storia bella che conosciamo molto bene, anche se non siamo mai riusciti a capire - io per primo - come facevano a starci tutti gli animali sulla nave costruita da Noè, compresi gli enormi elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti, le altissime giraffe e le puzzole che sicuramente hanno creato dei grossi problemi a causa del loro cattivo odore. E poi, gli orsi bianchi e i pinguini come facevano senza ghiaccio?
Be! È un mistero!ma ne parleremo alla prossima puntata.


Ora, però vi dico una cosa che sono certo non conoscete ancora. Ve la propongo come un indovinello e vediamo se sapete rispondere.
Dio, a causa di tutti i peccati commessi dagli uomini, manda il diluvio universale per distruggere ogni essere vivente: tutti gli animali e gli u-mani, ad eccezione di Noè, dei suoi familiari e dalle coppie di ciascun tipo di animale terrestre, compresi gli uccelli. Ma allora, ditemi, essendo anch'essi degli esseri viventi, perché Dio non distrugge anche i pesci?
I pesci durante il diluvio non sono morti perché mica potevano annegare! Non vi pare? I pesci vivono nell'acqua! E allora?
Comunque, la riposta è semplice: a quei tempi, in cui qualcuno ha pensato di raccontare - prima oralmente, poi per iscritto - la storia di Noè, dell'Arca e del Diluvio Universale, i pesci non erano ritenuti dei veri e propri animali come gli animali terrestri e gli uccelli ma, semplicemente, si pensava fossero delle semplici creature non del tutto animali. Si riteneva che non avessero il Soffio della Vita.
A tal proposito, se vi ricordate, anche all'inizio della Genesi - di questo Libro della Bibbia di cui stiamo parlando - Dio crea i pesci in un giorno diverso da quello in cui crea - tutti nello stesso giorno - gli animali terrestri, gli uccelli e l'uomo. Dio, creando, separa i pesci dall'Uomo e dal resto degli animali.
Dio, con il Diluvio, non distrugge i pesci insieme a tutti gli altri animali, agli uccelli e all'uomo, semplicemente perché i pesci, a quei tempi, non erano considerati dei veri e propri esseri viventi al pari degli altri animali e dell'uomo. Ma veniamo ora ad un altro grande evento della Genesi. È anch'esso molto conosciuto anche se non come il Diluvio Universale. Si tratta della Torre di Babele: quell'altissima torre che gli uomini di tutti i popoli del Mondo decidono di costruire per fare un dispetto a Dio raggiungendo il Cielo dove lui abita.
Dio non è che s'arrabbia molto. A sua volta tira un brutto scherzetto agli uomini. Distrugge la torre e li confonde tutti facendoli parlare l'un l'altro delle lingue diverse. Insomma, succede una grande confusione in cui non si capisce più niente!

E, infatti, ancor oggi, si dice che c'è una gran Babele quando le cose diventano così complicate che alla fine non ci si capisce più nulla!
La prossima volta incontreremo un personaggio della Bibbia veramente unico: Abramo. E' lui il primo uomo storico della Bibbia. Il primo di cui siamo certi che esistette veramente.

…Dal Mito, con Abramo passeremo alla Storia Vera: quella con la "S" maiuscola! (agosto 2015)




Ci fermiamo un momento lungo la nostra navigazione per evitare di cadere nella mediocrità e nel: "Ci hanno sempre detto che è così e perciò così è!" Ad esempio: qualcuno ancora si stupiscedel fatto che il Peccato di Eva ed Adamo è da considerarsi come uno di quei racconti mitici, che insegnano sì delle verità fondamentali su Dio, ma che non sono realmente accaduti tali e quali come sono descritti nella Bibbia.Bè, è davvero problematico constatare chetalunituttora sostengono che Adamo ed Eva sono davvero esistiti come persone reali in carne ed ossa. Ed è ancora più sorprendente ascoltare dei Cristiani,Credenti e Praticanti,del tutto certi che l'Universo fu creato in "Sei Giorni Calendariali" di sole ventiquattrore! …Pretendono persino d'aver ragione - ovviamente in buona fede - perché così gli è stato raccontato quand'erano piccoli.La Bibbia è sicuramente un libro di Fede ed è anche un libro Storico, ma nel senso che racconta la Storia della Rivelazione di Dio nella vicenda umana. Su questo credo che non ci sono dubbi.Ma la realtà storica - nel senso storiografico, nel senso che comunemente diamo a questa parola- come racconto di personaggi e di uomini realmente esistiti -inizia solo con Abramo, vissuto quasi quattromila anni fa. La Creazione, il Peccato di Eva e di Adamo, la vicenda di Caino e Abele, il Diluvio Universale, Noè e l'Arca, la Torre di Babele, sono tutti racconti mitici che narrano delle realtà primordiali - delle verità, dei valori religiosi - ma non sono avvenimentirealmente accaduti così come sono descritti.E questo è precisamente ciò in cui crede la Chiesa Cattolica. Se qualcuno ha dei dubbi in proposito, consulti la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione "Dei Verbum" del Concilio Vaticano II. Un documento ufficiale della Chiesa che - trascorso così tanto tempo: circa cinquant'anni - dovrebbe essere già patrimonio comune del sentire Cattolico. Il problema è che queste verità credute dalla Chiesa, a volte non sono ricordate per il timore che s'ingeneri confusione fra i Credenti a cui, fin da bambini, è stata insegnata una verità diversa.Il Fedele giustamente potrebbe obiettare: "Ma come? Non c'avevano raccontato che Adamo ed Eva sono esistiti veramente e che vivevano nel Paradiso Terrestre? Perché ora ci viene detto che sono dei personaggi di un mito? Com'è possibile?"Bè, se ci ragioniamo, è possibilissimo, anzi è ovvio. Anche perché ormai sono delle consolidate verità scientifiche l'Evoluzionismo di Darwin così come alcune teorie riguardanti la nascita dell'Universo le quali escludono la possibilità che il Creato si sia formato in soli sei giorni lavorativi!Comunque s'affronti il problema, è sempre meglio una Brutta Verità che una Bella Bugia, anche a costo di generare una momentanea confusione in chiha comunque il diritto di conoscere la realtà della Fede che Professa.
Non vi pare? …E poi - per fortuna - l'epoca in cui il Popolo doveva vivere nell'ignoranza delle cose di Dio per essere più facilmente guidato, è finita da un pezzo.
Il Cristiano - ognuno di noi - ha il diritto di conoscere la verità, ciò in cui crede, ed è un preciso dovere degli Uomini di Chiesa spiegare le Sacre Scritture senza interpretazioni addomesticate.
Ok! Ora siamo davvero pronti a dispiegare le vele e far rotta nella realtà storica delle vicende del nostro Padre Abramo! …Alla prossima puntata! (sett. 2015)


Ed eccoci, navigando nell'arcipelago del libro della Genesi, approdare finalmente alla spiaggia dell'Isola di Abramo. Abramo è un protagonista essenziale. Tanto è vero che: Ebrei, Cristiani e Musulmani, se ne sono appropriati elevandolo a modello del Perfetto Credente.Abramo è anche il primo uomo - storicamente esistito - ad aver avuto Fede nell'Unico e Vero Dio.
Così - per dirla in modo molto sintetico - per gli Ebrei è il loro capostipite carnale, per ragioni di stirpe e di sangue. Abramo è il primo uomo che la Bibbia afferma essereun Ebreo. Abramo è il Primo Ebreo comparso sulla faccia della Terra.
L'Islamismo - invece - loconsidera il Primo Musulmano, ovvero il primo vivente che si sottomette completamente alla volontà di Dio. Gli Islamici conservano una tradizione moltodifferente da quella Ebraica e Cristiana riguardo le vicende di questo Patriarca. Affermano - ad esempio - che, in realtà, il sacrificio del figlio, chiesto da Dio ad Abramo, non era quello di Isacco, ma dell'altro figlio, Ismaele, avuto dalla schiava egiziana Agar. Comunque, per la nostra esplorazione, noi terremo ben orientata la bussola sulla Bibbia Ebraica che è diventata anche la nostra con il titolo di Antico Testamento.
L'abbiamo già detto: innanzitutto, Abramo non è una figura astratta. Abramo non è il personaggio di un mito. È una persona concreta e realmente esistita. È un personaggio storico: il primo personaggio storico della Bibbia.Fondamentale nella vicenda di Abramo è la chiamata.
Dio improvvisamente entra nella Storia Umana - fino a quel momento avvolta nel mito- e si rivela in prima persona ad un uomo in carne ed ossa. Un Uomo che è il figlio di un capo di una tribù seminomade di pastoriche circa quattromila anni fa dimorava in Mesopotamia, più o meno dove oggi c'è l'Iraq.Abramo, fino a quel momento, è un pagano. Come tutti gli uomini del tempo crede in molti dei. Ma forse, qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri,in lui c'era già. Abramo aveva una sensibilità religiosa non comune, un'intelligenza superiore agli altri uomini. Probabilmente stava già ragionando sull'impossibilità che nell'Universo possano coesistere più dei. A quel punto, Dio lo sceglie. Una scelta che cambierà radicalmente il Mondo Umano. Gli dice:"Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò."Nella Bibbia, le scelte fondamentali - quelle che contano - s'accompagnano sempre ad una uscita, all'emigrare da un luogo all'altro: Abramo esce da Carran per entrare nella Terra Promessa. Mosè e il Popolo d'Israele escono dall'Egitto per entrare in Canaan. Gesù per entrare nel Regno della Vita, esce dalla Terra della Morte simboleggiata dal Sepolcro. La Bibbia non è fatta per le persone pigre: si cammina sempre, si è sempre in movimento. Si esce da qualcosa per entrare in altro. Non ci si ferma mai! I Credenti sono Seminomadi per vocazione. …Almeno, così dovrebbe essere.Perciò, la cosa più brutta che potrebbe capitargli è proprioquella di fermarsi, di non progredire, di rimanere sempre allo stesso punto, con le stesse idee, di conservare e mai aprirsi al nuovo e alla scoperta … Insomma: fare esattamente l'opposto di quello che fece il nostro amico Abramo.
Lo vedremo la prossima volta. Per ora ci fermiamo qui. (ott. 2015)


Riprendendo l'ultima puntata della nostra Navigazione nel Mare della Parola di Dio, torniamo ad Abramo, alla sua Chiamata e all'ordine datogli da Dio di uscire dalla Terra in cui sta.
Abramo ha due scelte davanti a sé: rimanere dov'è, non rischiando il noto per l'ignoto (anche se le promesse fatte da Dio sono per lui molto allettanti: una Terra, una Discendenza numerosa); oppure fidarsi di Dio - un Dio che ha conosciuto da poco. Anzi, che per il momento non conosce affatto - e partire lasciando tutto quello che era ed aveva fino a quel momento. Doveva lasciare tutte le sue sicurezze.
Ma Abramo è un Genio! E' un Uomo Creativo e di Coraggio! Abramo possedeva un intuito che prima di lui nessun altro aveva avuto. Non esita! Parte immediatamente! Lascia tutto per una promessa!
Pensateci bene. Non è una grande Fede la sua? La sua è una Fede che non si basa su verità concrete, su delle prove tangibili, ma su una promessa, nemmeno molto precisa, di Dio.
Lui parte! Non esita neppure! Non si mette a calcolare a tavolino i pro e i contro. Non si chiede quanto gli frutterà in denaro, potere, prestigio, autorità, autorevolezza, considerazione!
Potremmo anche definirlo un incosciente, un temerario! …Un genio!
Non importa! Lui parte e basta: perché chi gli ha parlato, Abramo è sicuro che sia Dio. E se è Dio che ha parlato - anche se non può dimostrare che è così, che questa cosa è vera - lui parte!
Non facciamo paragoni fra la Fede di Abramo e la nostra. È meglio di no! Per molti la Fede esprime tranquillità, rassegnazione, immobilità, sottomissione; e i precetti di Dio sono solo: gerarchia, obbedienza, rispettabilità e ordine sociale.
Nulla di paragonabile all'impeto della Fede che ha fatto uscire il nostro amico Abramo dalle solide certezze idolatriche della sua vita per andare incontro a qualcosa d'inesplorato: ad una Fede straordinaria, unica, vincente; ad una Fede in Dio del tutto nuova e rivoluzionaria per quei tempi.
Anche noi abbiamo avuto dal Signore la stessa chiamata. La chiamata di Abramo è una chiamata che ha avuto inizio con lui e continua nel tempo sino ai giorni nostri, fino ad arrivare a ciascuno di noi. Se davvero anche noi vogliamo fare qualcosa per rispondere a questa continua chiamata che perdura nei secoli, andiamo a rileggere - nella Bibbia - nella Genesi - l'intera vicenda di Abramo.
E se proprio non riusciamo a leggerla tutta, soffermiamoci almeno su un episodio importante: la sua Vocazione e l'Alleanza con Dio - ad esempio - oppure l'apparizione dei tre angeli alle querce di Mamre o la Legatura di Isacco.
Dobbiamo leggere di più la Bibbia perché è una cosa che sicuramente torna a nostro vantaggio.
La prossima volta parleremo di Giacobbe, nipotino di Abramo, figlio di Isacco, quel Figlio che Abramo era disposto a sacrificare, semplicemente perché Dio glielo chiedeva. Un Figlio che, oltre ad essere un Figlio amato, era fino a quel momento, l'unica tangibile prova che il Signore manteneva le sue promesse. (nov 2015)


Continuiamo la nostra navigazione nell'arcipelago del Libro della Genesi. L'ultima volta ci eravamo lasciati ultimando la visita all'Isola di Abramo. Oggi inizieremo a conoscere quella di Giacobbe, figlio di Isacco a sua volta figlio del grande Abramo.
A Giacobbe ne sono capitate davvero tante e molti sono gli episodi importanti della sua vita; addirittura, uno di questi gli è capitato al momento stesso della sua nascita. Infatti nel ventre di sua madre, oltre a lui, c'era anche il fratello gemello Esaù che dei due era il più grande, il primogenito destinato a nascere per primo. Ebbene, il nostro Giacobbe, al momento della nascita afferrò con la mano il calcagno del fratello perché voleva nascere lui per primo, voleva essere lui il primogenito così da avere in eredità il lascito spirituale del nonno Abramo e del padre Isacco. Tuttavia, quella volta non poté farlo; ci sarebbe riuscito più in là negli anni grazie ad uno stratagemma ideato da sua madre Rachele.
Ma ecco, qui di seguito, le principali tappe delle peripezie di Giacobbe:
- Giacobbe, al momento della nascita trattiene il fratello gemello Esaù per il calcagno facendo intendere che sarà lui l'erede spirituale di Abramo e di Isacco… Ma questo l'abbiamo già detto.
- In seguito, l'episodio è celebre, Giacobbe costringe l'affamato Esaù, di ritorno da una pesante giornata di caccia, a cedere la primogenitura, che gli spetta di diritto, in cambio di un "piatto di lenticchie". Esaù, accettando quello scambio, dimostra così quanto poco gli importava dei suoi Avi e del cammino che avevano iniziato accanto all'Unico Vero Dio.
- Successivamente, l'abbiamo accennato all'inizio, allorquando il padre Isacco, ormai quasi completamente cieco, sta per spegnersi sul suo letto di morte, Giacobbe, guidato dalla madre, si traveste da Esaù, si sostituisce a lui ingannando Isacco così da poterne carpire la benedizione: quella della discendenza, e del patto sublime di Alleanza stretto da Dio con Abramo. Grazie a quella benedizione, è Giacobbe che diventa ufficialmente il primogenito, l'erede, quello che guiderà il Popolo di Dio nel solco dell'Alleanza con il Signore. Ma poi Esaù se ne accorge e vuole vendicarsi. Giacobbe, a quel punto, è costretto a fuggire in un paese lontano, sarà accolto da un parente di sua madre, per la precisione il fratello, un certo Labano.
- Lungo il viaggio, in un luogo in cui s'era addormentato durante la notte, Giacobbe ha una visione, si tratta di un sogno, in cui vede una scala che unisce la Terra al Cielo e su di essa centinaia di angeli che scendono e salgono. Ode anche la voce di Dio che espressamente gli conferma tutte le promesse fatte ad Abramo ed Isacco. La volontà di Dio è stata, fin dal principio, quella che fosse lui l'erede e non l'idolatra Esaù. Giacobbe sa che è un sogno, ma sa anche che è tutto vero. Sarà lui l'erede di Dio, sarà lui il prediletto e l'amato….
Ok! Temo che lo spazio della pagina sia terminato. Alla prossima volta!

P.S.
Nel frattempo, andatevi a leggere le avventure di Giacobbe direttamente nella Bibbia. Iniziano al capitolo 25, versetto 24, della Genesi. (dic. 2015)


Rieccoci ancora una volta sull'Isola di Giacobbe. La puntata precedente eravamo rimasti al nostro Eroe che sogna la scala su cui scendono e salgono dal Cielo alla Terra centinaia di angeli e la voce di Dio che, pur non mostrandosi, conferma che sarà lui, Giacobbe, e non il fratello Esaù ad essere l'erede delle promesse divine.
Giunto alla casa di Labano, fratello di sua madre Rachele, Giacobbe ci rimane molti anni e sposa due delle sue figlie. Dapprima sposa Lia, poi l'amatissima Rachele;ebbe anche dei figli: dodici per l'esattezza che la Bibbia e la Tradizione Ebraica indicano come i capostipiti delle Dodici Tribù d'Israele tra le quali, naturalmente c'è anche quella cui apparteneva Gesù, ossia la Tribù di Giuda o, ancora, quella di San Paolo, la Tribù di Beniamino e così via. Al giorno d'oggi, di tutte quelle Dodici Tribù, ne sono rimaste solo due e mezzo ossia: quella di Giuda e di Beniamino e parte di quella di Levi, quest'ultima è la Tribù sacerdotale, quella di Mosè e di Aronne… ma avremo modo di vedere queste cose più avanti. Per ora, l'importante è sapere che le Dodici Tribù d'Israele nascono con i figli di Giacobbe al quale Dio muterà il nome in quello di Israele. Sì, Israele, all'inizio non è il nome di uno Stato, di una Nazione o di un Popolo, ma il nome proprio di una persona dato personalmente da Dio. Un po' se vi ricordate, come accadde ad Abramo e a Sara. Anche a loro Dio mutò il nome. Allo stesso modo, Gesù muterà il nome del Capo degli Apostoli, da Simone in Pietro. Dunque, Giacobbe si sposò ed ebbe dei figli, ma successivamentecrebbero sempre di più i dissidi tra lui e il suocero Labano. Egli è un uomo profondamente avaro, che vessava il genero e lo imbrogliava sempre per trarne profitto. Così Giacobbe se ne va via di nascosto - con tutta la sua famiglia, i servi, gli averi e gli animali che possedeva - facendo ritorno alla Terra di suo padre, alla Terra Promessa.
Ma lungo il viaggio accade qualcosa di straordinario e di terribile.
Quella notte, Giacobbe ha appena terminato di far attraversare il piccolo fiume Iabbok a tutta la sua carovana di gente, animali e cose e s'attarda sulla riva prima di guadare anch'egli il corso d'acqua.
Improvvisamente, come fosse sbucato dal nulla, qualcuno lo getta a terra e comincia a lottare con lui con tutte le sue forze. Giacobbe vinto lo stupore, gli tiene testa tanto che nessuno dei due riesce a prevalere sull'altro.
Sta per giungere l'alba e lo sconosciuto personaggio sa che alle prime luci del Sole dovrà ritirarsi andandosene da lì. Allora, per vincere definitivamente l'avversario, gli colpisce violentemente il femore lesionandogli per sempre il nervo della gamba. Tuttavia, anche così, l'indomito Giacobbe continua a lottare immobilizzando l'Entità che lottacon lui, e gli pone come condizione per lasciarlo andare via, di benedirlo e di rivelargli chi sia. Mail personaggio nega risolutamente di rivelare il suo nome e chiede a Giacobbe il perché lo vuole sapere. A quel punto, accade una cosa meravigliosa destinata a cambiare per sempre la Storia Umana… Lo vedremo meglio la volta prossima. (Genn. 2016)


La volta scorsa abbiamo lasciato il nostro Giacobbe mentre lotta con la misteriosa Entità che lo aveva aggredito sulle rive del fiume Iabbok. Ora riprendiamo proprio da lì, dal momento in cui Giacobbe ha appena ordinato a quell'Essere di rivelargli il nome e di benedirlo.
L'oscuro personaggio - forse un angelo con sembianze d'uomo, forse Dio stesso - chiede a sua volta il nome a Giacobbe. E Dio gli dice: "Non ti chiamerai più Gia-cobbe, ma Israele, perché hai combattuto con gli Uomini e con Dio e hai vinto!"
In quel preciso momento nasce il nome Israele, l'idea stessa di dalla stessa bocca di Dio che muta il nome a Giacobbe dopo che ha lottato, a volte con l'inganno - con il fratello Esaù e con il padre Isacco - per ottenerne la Primogenitura, l'Eredità Spirituale e soprattutto il Patto dall'Alleanza con Dio. Giacobbe non è il Patriarca per diritto di nascita,perché doveva essere il fratello Esaù che però non ne era degno dato che aveva abbandonato la Fede di Abramo e di Isacco ritornando ad essere un pagano adoratore di idoli.
Giacobbe lotta e vince: lotta con tutte le sue forze e con Dio stesso per quella primogenitura perché la vuole, perché sa che è sua! Sa che è Dio stesso a scegliere lui e non l'indegno fratello Esaù.Alla fine, attraversato anch'egli il fiume Iabbok, dopo aver lottato tutta la notte con l'oscuro personaggio, Giacobbe, zoppicante e doloran-te per il colpo sferratogli al femore, incontra Esaù e si riappacifica con lui. Sarà sempre una pace sull'orlo della guerra, ma sostanzialmente la tregua durerà per molto tempo.
Giacobbe rientra nella( Terra Promessa con i suoi figli che crescendo avranno tanti figli dando origine alle Dodici Tribù che formano il Popolo d'Israele, cioè di Gia-cobbe, al quale Dio aveva mutato il nome in Israele. Tuttavia, Giacobbe, alla fine dei suoi giorni, non morirà nella sua Terra, in Israele, nella Terra Promessa, ma in Egitto. Infatti, una dette tante carestie che in quel tempo colpivano il Vicino Oriente, lo costringerà a lasciare la sua Patria, la Terra promessagli da Dio, per scendere in Egitto dove già l'attendeva il figlio Giuseppe.
Giuseppe è forse un personaggio che già conosciamo bene. Badate che non si tratta del papà di Gesù Bambino, ma di un uomo vissuto centinaia di anni prima e la cui storia narreremo la prossima volta. A presto! (febb. 2016)


Oggi facciamo conoscenza con Giuseppe, uno dei Dodici figli del Patriarca Giacobbe.E' l'ultima Isola che esploreremo del grande Arcipelago della Genesi. Vi ricordate? Abbiamo parlato della Creazione, del Diluvio Universale,della Torre di Babele, di Abramo, di Giacobbe e di tante altre cose ancora. Quello delle vicende di Giuseppe è l'ultimo racconto della Genesi, dopodiché riprenderemo la nostra navigazione nel Mare della Parola di Dio facendo vela verso un altro importantissimo Libro della Bibbia: l'Esodo. …Ma torniamo al nostro Giuseppe. Suo padre, Giacobbe, se ve lo ricordate, sposò due moglie: Lia e Rachele: dieci figli li ebbe dalla prima e due dalla seconda. Giuseppe, insieme al fratello Beniamino che di tutti i figli di Giacobbe è l'ultimo nato, erano figli di Rachele, la mogli che Giacobbe amava di più e che morì proprio dando alla luce Beniamino.Giuseppe era il figlio preferito da Giacobbe che non nascondeva la sua predilezione suscitando le gelosie di tutti gli altri fratelli, Beniamino escluso perché a quel tempo lui era veramente molto piccolo, quasi un neonato.Giuseppe, che era un ragazzino, influenzato dall'atteggiamento del padre, ben presto diventò molto superbo sentendosi superiore a tutti i suoi fratelli. Così loro s'ingelosirono sino ad arrivare adodiarlo meditandolo di ucciderlo, anche perché Giuseppe faceva sempre strani sogni nei quali i fratelli e finanche i genitori - simboleggiati da dei covoni, da stelle, dalla Luna e dal Sole - s'inchinavano a lui in segno di sottomissione. "Inaudito!" Lo aveva rimproverato suo padre Giacobbe: "…Tua madre, i tuoi fratelli e io dovremmo inchinarci a te? Ma chi credi di essere?" (In realtà la madre Rachele era già morta da un pezzo).Un giorno, mentre tutti i fratelli stavano pascolando le greggi in aperta campagna, Giacobbe mandò il figlio Giuseppe - che a quanto pare neppure lavorava portando al pascolo le pecore come facevano tutti gli altri suoi fratelli - a chiamare il resto dei figli. Giuseppe, c'è da dirlo, era sempre pulito e vestito bene e questo irritava ancor più gli altriperché, dovendo badare alle pecore, spesso puzzavano ed erano vestiti con abiti sporchi e sgraziati. Ebbene, dato che in giro non c'era nessuno e perciò potevano farla franca, decisero di sbarazzarsi dell'antipatico fratello. Dapprima pensarono di ucciderlo poi, non volendo macchiarsi di un peccato così grande - il peccato di Caino - decisero di venderlo a una carovana di mercanti che scendeva in Egitto.Detto fatto, consegnarono il fratello ai mercanti e corsero dal padre dicendo che era accaduta una grave disgrazia, che Giuseppe era stato sbranato dagli animali feroci. Come provagli portarono il vestito del ragazzo macchiato con il sangue di un animale del gregge. Immaginatevi la disperazione del povero Giacobbe! La moglie Rachele, madre del ragazzo, come abbiamo detto all'inizio era morta dando alla luce Beniamino e ora, quella crudele notizia: Giuseppe era morto in modo orribile sbranato dagli animali feroci. Davvero era troppo anche per un granduomo come Giacobbeche da quel momento si legò ancor di più - in modo quasi viscerale - al piccolo Beniamino che era l'unico figlio sopravvissuto dell'amatissima moglie Rachele.…E' quello di Giuseppeun racconto che inizia con vicende molto negative: la superbia di Giuseppe, l'odio dei suoi fratelli e il dolore del padre Giacobbe…. Ma Dio - ed è questo il grande insegnamento contenuto in questa Storia - è sempre lì a scrivere nelle vicende umane - anche le più difficili e dolorose - per dirci che c'è sempre una speranza possibile, anche quando di speranze sembrano non essercene più….Per ora è tutto. La prossima volta ritroveremo Giuseppe in Egitto: prima come schiavo di un potente notabile, poi in prigione e infine - grazie all'intervento di Dio che gli permette d'interpretare correttamente dei sogni che predicono il futuro - diventare l'Uomo più importante, subito dopo il Faraone, del più potente Impero del tempo: l'Antico Egitto. A presto! (marzo 2016)


 

La volta scorsa, parlando di Giuseppe, figlio di Giacobbe, eravamo rimasti al momento in cui i fratelli lo vendono a dei mercanti diretti in Egitto e danno al padre la terribile falsa notizia che il ragazzo è stato sbranato dalle belve. Allora, anche noi oggi scendiamo in Egitto e seguiamo il nostroeroe che, ricordiamolo, al tempo era un tipo molto pieno di sé ed antipatico ma che crescendo diventerà un uomo fantastico. Giunto in Egitto, Giuseppe viene venduto ad un potentissimo ministro - un tale Potifar - il quale ben presto si rende conto delle grandi abilità del suo nuovo schiavo e della sua straordinaria intelligenza organizzativa. Nel giro di poco tempo lo pone a capo di tutta l'amministrazione dei suoi ricchissimi beni. In realtà, il segreto di Giuseppe - la sua grande capacità - è sì un dono naturale ma è soprattutto dovuta al fatto che Dio è con lui e gli fa riuscire molo bene ogni impresa che compie. Ecco il grande insegnamento che il Signore ci rivela operando con Giuseppe: Dio c'è sempre anche quando ci si trova in una terribile situazione d'abbandono come lo è la schiavitù. In ogni circostanza, anche la più dura, Dio è presente e opera nella nostra storia personale. In altre parole, anche in circostanzetremende si può scorgere la speranza - c'è sempre speranza - perché Dio realmenteesiste anche seogni cosa sembra andare per il verso sbagliato!Tutto finalmente sembra andare bene per Giuseppe chenonostante: il tradimento dei fratelli, l'esilio dalla sua Terra, la lontananza dal Padre e la perdita della libertà, ha raggiunto, grazie alle sue capacità e alla benevolenza di Dio, un rango sociale del tutto invidiabile. …Tuttavia, ancora una volta succede qualcosa che nuovamente viene a sconvolgere la vita di Giuseppe. La moglie di Potifar - il suo padrone - desidera Giuseppe che era un bellissimo ragazzo pieno di fascino, e cerca di averlo fisicamente. Lui però resiste. Sa che si tratta di un grave peccato davanti a Dio perché quella donna è sposata e poi è proprio la moglie del suo padrone che si è sempre comportato bene con lui e di lui si fida ciecamente. Non può fare una cosa del genere! È un peccato ed è una grande stupidaggine perché se il padrone lo venisse a sapere gli toglierebbe tutta l'autorità che gli aveva dato,arrivandoanche al punto diucciderlo con le sue stesse mani. La donna,indispettita dal rifiuto del ragazzo s'infuria e lo denuncia al marito dicendo che Giuseppe aveva tentato di abusare di lei.Potifar probabilmente non crede fino in fondo alle parole della moglie perché la conosce bene e sa di che pasta è fatta. Tuttavia non può nemmeno fare una figuraccia con i suoi amici non punendo Giuseppe. Così, anche se dubita fortemente della sua colpevolezza, gli toglie ogni incarico, non lo uccide ma lo spedisce in prigione. …In prigione, certo, ma non una prigione qualsiasi o, peggio, una prigione da schiavi. Lo fa rinchiudere nella sua prigione, quella che sta sotto il suo palazzo, destinata ai nobili e ai ministri del Faraone: una prigione in cui si è trattati bene e dove l'unica cosa che manca davvero è la libertà…. Giuseppe ne uscirà molti anni dopo grazie all'interpretazione di due sogni, similima al contempo diversi fra loro… La vita di Giuseppe sarà ancora una volta scandita dai sogni. …Lo vedremo meglio la prossima puntata. (aprile 2016)


Lo ricordate? Abbiamo seguito Giuseppe in Egitto e l'abbiamo lasciato nel carcere di Potifar. Qui ci rimane un bel po' di tempo. Un giorno, vengono imprigionati anche due alti ministri del Faraone accusati di chissà quale grave scorrettezza nei suoi confronti. Si tratta del Coppiere e del Panettiere personali del Faraone. Ora, stiamo ben attenti che con il termine coppiere e panettiere non si vuole indicare colui che materialmente spreme l'uva per fare il vino e chi impasta ed inforna il pane. No! Loro sono i ministri preposti al vino e alle vivande che giungono alla tavola del Faraone. Sono persone importantissime perché sono i diretti responsabili di cosa beve e mangia il Faraone e la sua famiglia! Naturalmente questi due alti dignitari dell'Egitto sono molto preoccupati perché il Faraone potrebbe anche decidere di giustiziarli. Giuseppe viene assegnato come loro servitore per tutto il periodo che i due stanno in prigione e ben presto anche loro ne apprezzano le grandi doti umane ed organizzative. Giuseppe ha conservato la calma, la perspicacia e la serenità anche dopo l'ennesima disavventura che gli è capitata e che lo ha abbassato - dalla più alta considerazione da parte di Potifar - alla prigione in cui sta ora. Ma in realtà, per lui nulla è veramente cambiato perché sa che Dio è ancora con lui, al suo fianco, e sa che mai lo abbandonerà in baliadegli eventi.Ebbene, i due alti dignitari imprigionati fanno entrambi un sogno. Il primo - il Coppiere - sogna di porgere nuovamente la coppa del vino al Faraone, mentre il secondo - il Panettiere - sogna che degli uccellacci divorano tutto il pane che lui stava portando in una cesta di vimini sopra la sua testa. A questo punto Dio interpreta il sogno e lo rivela a Giuseppe chea sua volta predice ai due ministri il significato: il Coppiere tornerà a fare quello che faceva prima alla corte del Faraone mentre il secondo sarà giustiziato. …In realtà accadrà proprio così. Il Coppiere, ovviamente molto felice della spiegazione, ringrazia Giuseppe che lo prega di ricordarsi di lui quando sarà nuovamente libero e potente. ….Ma come succede spesso, i debiti di gratitudine si dimenticano presto e anche il Coppiere, ritornato potente accanto al Faraone, si dimenticò del povero Giuseppe che rimase in prigione ancora due anni. …Ancora una volta però, grazie proprio ad un sogno, Giuseppe riacquisterà la libertà e non solo quella, ma anche un potere smisuratamente più grande di quello che aveva prima nella casa di Potifar. Questa volta a sognare sarà la persona più potente di tutti in Egitto: il Faraone!
Ascolteremo il suo sogno la prossima volta. Ciao! (maggio 2016)


Continuando dalla volta scorsa, Giuseppe esce dalla prigione e compare al cospetto del Faraone che ha un'urgente necessità che qualcuno interpreti il suo strano sogno in cui sette vacche grasse vengono divorate da sette vacche magre, così come sette ricche spighe di grano vengono divorate da sette spighe rinsecchite. Il Faraone ne ha un estremo bisogno perché, come tutti gli Antichi, crede che le divinità attraverso i sognipredicono il futuro agli Umani. Ebbene, il nostro Giuseppe, grazie all'aiuto di Dio, dà al Faraone un'interpretazione chiara e inoppugnabile: in Egitto ci saranno presto sette anni di grande abbondanza a cui seguiranno sette lunghissimi anni di carestia e non ci sarà nulla, ma proprio nulla, da mangiare.Incredibile! Quello schiavo ne sa più di tutti i suoi Ministri e dei suoi sapienti Sacerdoti! Il Faraone non ha un attimo di esitazione: sarà lui, Giuseppe, ad amministrare l'Impero Egiziano, sarà lui ad occuparsi di tutto in vista degli anni di carestia! Sarà lui a salvare l'Egitto!
Giuseppe, che in quel tempo ha già trent'anni, viene subito ricolmato di onori e gli viene affidata ogni cosa. Lui si mette immediatamente all'opera e i risultati sono a dir poco stupefacenti. Nei sette anni d'abbondanza fa provviste e riempie i granai di tutto l'Egitto che alla fine sono stracolmi di cose da mangiare. Dopo sette anni di grande abbondanza, immancabilmente - come aveva predetto Giuseppe interpretando esattamente il sogno del Faraone grazie all'aiuto di Dio - giungono i sette anni di grande carestia: una carestia che non colpisce solo l'Egitto ma anche tutto il Vicino Oriente, compresa la Terra Promessa, Patria di Giuseppe, dove ancora vivevanosuo padre Giacobbe e i suoi undici fratelli con i loro parenti, il bestiame e tutti i loro averi. Di cose da mangiare non ce ne sono più e Giacobbe, i suoi figli, e tutti coloro che stavano con loro, muoiono letteralmente di fame. Ma ecco giungere la notizia che in Egitto ci sono ancora grandi scorte di cibo. Perciò i dieci fratelli di Giuseppe (Beniamino, il più piccolo, rimane a casa con il Padre), con il consenso di Giacobbe, si mettono in cammino dalla Terra Promessa verso l'Egitto. Là di sicuro potranno comprare ciò che gli serve per tirare avanti. Dopo un lungo viaggio entrano nella terra d'Egitto e si presentano da colui cheè a capo di tutto per implorare qualcosa da mangiare per sé e per le loro famiglie rimaste nella Terra di Canaan. Ancora non sanno che quell'uomo potente è proprio il loro fratello Giuseppe che molti anni prima avevano venduto ai mercanti e che Giacobbe, ormai rassegnato, credeva fosse morto divorato dagli animali feroci.
D'altra parte, Giuseppe appena li scorge li riconosce subito nonostante i tanti anni trascorsi dall'ultima volta che li aveva visti. Con loro però (come abbiamo detto) non c'è il fratellino più piccolo -Beniamino - il fratello che Giuseppe amava di più perché entrambi erano gli unici ad essere nati dalla stessa madre: Rachele.In tutti quegli anni Giuseppe neppure una volta ha meditato la vendetta e nemmeno ha nutrito del rancore contro i suoi fratelli. Tuttavia, decide di non farsi riconoscere e per questo - pur parlando l'Ebraico - conversa con quei dieci fratelli attraverso un interprete dato cheloro non conoscevano la lingua degli Egiziani. Giuseppe però si commuove e uscito dalla sala dove riceveva gli stranieri, scoppia a piangere ripensando a suo padre e al fratellino Beniamino che,al tempo in cui Giuseppe fu venduto come schiavo, era poco più che un lattante.
….Cosa succede a quel punto? Giuseppe si mostrerà molto crudele, non per cattiveria, ma per uno scopo buono: capire se i fratelli crescendo erano diventati migliori e, soprattutto, per rivedere Beniamino e poi il padre Giacobbe. …Cosa escogiterà lo vedremo la prossima volta. (giugno 2016)


Continuiamo a narrare la meravigliosa storia di Giacobbe che ora, potente com'è, può decidere della vita e della morte dei suoi fratelli scesi in Egitto per comprare il cibo necessario a far fronte alla grande carestia che aveva colpito anche la Terra Promessa dove abitavano insieme al loro padre Giacobbe e al fratellino più piccolo - Beniamino -rimasto a casa accanto al padre.
Giuseppe vuole assolutamente provare i buoni sentimenti dei fratelli e soprattutto desidera riabbracciare Beniamino. A questo scopo decide di far arrestare tutti i fratelli accusandoli falsamente di spionaggio. I fratelli provano a difendersi in ogni modo e, alla fine Giuseppe, del quale ancora non riconoscono la vera identità, dichiara che crederàalla loro innocenza se gli condurranno il fratellino più piccolo, Beniamino. Quindi libera tutti i dieci fratelli, tranne uno, Simeone, che tiene in ostaggio a garanzia che gli altri torneranno. I fratelli si disperano, Giacobbe il quale credeva di aver già perso l'amato figlio Giuseppe,per nessuna ragione al mondo consentirà a Beniamino di partire. Ma cos'altro possono fare? In quel momento la loro vita è in pericolo, quel potente ministro del Faraone avrebbe potuto ucciderli. Perciò, anche se oppressi dal dolore, ripartono ritornando alla loro Terra, dal loro padre Giacobbe, al quale raccontano ogni cosa. Giacobbe non vuole! Non vuole far partire Beniamino! Non vuole che quel figlio amato alla follia corra dei rischi! E se il Ministro del Faraone decidesse di tenerselo, di farne uno schiavo?! No, Giacobbe non può proprio separarsi da Beniamino perché lui è l'ultimo figlio rimastogli dell'amatissima moglie Rachele morta molti anni prima mettendolo al mondo!
Ma ancora una volta i viveri scarseggiano e la grande carestia non finisce mai! Il dilemma di Giacobbe era: morire tutti di fame o rischiare di perdere il figlio più piccolo. Alla fine, a malincuore, con l'angoscia che lo divora, è costretto a lasciarpartire tutti i suoi figli, compreso Beniamino.Tutti i fratelli tornano in Egitto e supplicano Giuseppe ottenendo la liberazione di Simeone. Poi Giuseppe decide di pranzare con loro, in diparte però, perché un funzionario egiziano di alto rango non poteva mangiare allo stesso tavolo di pastori di infimo grado. Tuttavia, vedendo Beniamino, ancora una volta, senza farsi vedere da nessuno, si commuove e piange.
Poi Giuseppe pensa ad un nuovo stratagemma per mettere alla prova i fratelli, per capire se si sono davvero ravveduti dalla loro crudeltà . Al contempo vuole che anche il padre Giacobbe lo raggiunga lì, in Egitto, almeno per tutto il tempo della carestia.
Così fa nascondere una preziosissima coppa - la sua coppa personale - in uno dei sacchi di grano trasportati dell'asino di Beniamino. Fatto questo, al momento della partenza della carovana per far ritorno alla Terra Promessa, ordina alle guardie di perquisire tutti i sacchi di grano dei fratelli. Quest'ultimi sonocosternati perché sono certi che nessuno di loro ha rubato alcunché. I soldati scoprono la coppa e il destino di Beniamino è segnato! La disperazione e lo strazio s'abbattono sui fratelli di Giuseppe. Non è possibile che possa accadere una cosa del genere! Beniamino accusato di un crimine terribile forse per questo sarà ucciso, forse diventerà per sempre schiavo del ministro del Faraone! Come faranno a tornare dal padre Giacobbe senza di lui?! Giacobbe morirà dal dolore! Non è possibile! Non potranno tornare senza Beniamino! …Tutto sembra perduto, ma accadrà una cosa stupenda, una cosa che cambierà la loro storia e la storia di tutto il Popolo d'Israele. …Lo vedremo la prossima volta! A presto! (luglio 2016)


L'ultima volta abbiamo lasciato il piccolo Beniamino - il figlio prediletto da Giacobbe - in balia del potente ministro del Faraone d'Egitto che lo accusa di avergli rubato la sua preziosissima coppa personale. La vita di Beniamino è appesa a un filo: o morirà o diventerà per sempre schiavo dell'Egitto. Comunque andranno le cose non potrà più tornare indietro e il padre Giacobbe non lo rivedrà mai più e per questo di certo morirà per il dispiacere.
I fratelli si disperano, sono straziati dal dolore non vedono vie d'uscita. Non possono tornare dal padre Giacobbe senza il piccolo Beniamino perché anche loro lo amano, amanodavvero quel fratellino! E' un cambiamento radicale: gli stessi fratelli che molti anni prima non hanno esitato a vendere Giuseppe come schiavo perché accecati dalla gelosia e dal rancore, ora sono cambiati, non sono più persone che odiano, ma che amano e amano moltissimo. A quel punto Giuda, pur sapendo a cosa va incontro, cosa rischia, offre la sua vita in cambio del fratellino. E' un evento epocale che molto spesso non viene sottolineato nella sua importanza. Giuda si offre in sostituzione di Beniamino e spinto dall'amore per il fratellino implora il ministro del Faraone di punire lui al suo posto. Sarà lui - Giuda - a scontare la pena di Beniamino; ma Beniamino deve assolutamente vivere ed essere restituito al padre Giacobbe!
Considerate che in quel preciso momento, grazie a quel gesto di estrema generosità nei confronti di un suo fratello, Giuda è scelto per sempre da Dio come capo delle Dodici Tribù e dalla sua discendenza nasceranno tutti i Veri Re d'Israele a cominciare da Davide (il primo Re d'Israele in realtà sarà Saul, non a caso discendente della tribù di Beniamino). E non c'è solo questo: anche Gesù - il Figlio di Dio - nella sua natura umana, è un autentico Ebreo della Tribù di Giuda, è un discendente di quel Giuda che molti secoli prima,per amore del fratello Beniamino, si era offerto di sostituirsi a lui e di patire al suo posto la condanna che il ministro del Faraone avrebbe decretato. Gesù, discendente di Giuda, farà la stessa cosa, anche se in un contesto diverso:per amore del genere umano offrirà la sua vita. La Parola di Dio non cambia, non ha ripensamenti, e si esprime nella storia concreta degli uomini con lo stesso unico progetto: Dio agisce nelle pagine della vita degli uomini - anche in quelle più dolorose - per farci sapere che lui alla fine ci salva sempre!
Giuseppe davanti all'atto di eroismo di Giuda si commuove. Ancora una volta piange, ma questa volta è finalmente giunto il momento di svelarsi, di far conoscere ai suoi fratelli chi è veramente spiegando che, in realtà, non è per causa loro che lui ora si trova in Egitto, bensì per volontà di Dio, affinché un giorno lui - proprio Giuseppe -avrebbe così potuto salvare loro e il padre Giacobbe dalla morte per carestia. Insomma: ogni cosa che è accaduta è sicuramente opera di Dio chericorre alla libera volontà degli uomini per calarsi in prima persona nella Storia Umana. Giuseppe testualmente proclama ai fratelli: "Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente." (Genesi, cap.45)
E' a dir poco straordinario! Immaginatevi la gioia di Giacobbe quando tutti i figli, compreso Beniamino, tornano indietro da lui e gli dicono che: "No, Giuseppe non è morto sbranato dagli animali feroci! Giuseppe è vivo ed è diventato l'uomo più potente del grande Egitto!" Credo che la gioia di Giacobbe non si possa nemmeno immaginare!
Cosa accadrà alla fine lo vedremo la prossima puntata. Ciao! (agosto 2016)


Rieccoci ancora una volta a parlare dell'ultimo racconto del Libro della Genesi. Ci eravamo lasciati che Giuseppe desidera che il padre Giacobbe lo raggiunga in Egitto insieme a tutti i suoi figli, alle loro famiglie, ai loro greggi, alle loro mandrie e, grazie al Faraone, gli concede una delle più fertili terre poste sul delta del Nilo: la terra di Goshen.
Così infatti fanno e tutta la Tribù d'Israele parte. Tuttavia Giacobbe ha ancora un timore: quella che lascia è la Terra che Dio gli ha promesso, come può abbandonarla? …Ma Dio gli parla - ancora una volta si rivela all'amico Giacobbe - e lo rassicura. Gli dice: "Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare!" (Genesi Cap.46). A quel punto il Grande Padre Giacobbe non avrà più dubbi e subito raggiunge il figlio Giuseppe in Egitto.
Infine, il Libro della Genesi termina con un grande atto d'amore di Giuseppe per la sua Terra: la Terra Promessa, la Terra d'Israele. Lui, ormai vecchissimo, in punto di morte, si fa giurare che quando il Popolo d'Israele finalmente tornerà nella sua Terra - nella Terra che gli ha dato Dio - dovrà riportare là anche il suo corpo. Ecco, qui di seguito, senza ulteriori commenti, le ultime parole con cui si conclude la Genesi e con essa la vita terrena di Giuseppe:
"Poi Giuseppe disse ai fratelli: "Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch'egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe".
Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così: "Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa" (Genesi Cap.50).
La prossima volta inizieremo un'altra grande avventura, una straordinaria navigazione: entreremo nel secondo libro della Bibbia, l'Esodo, e lo percorreremo in lungo e in largo. Incontreremo il più grande Profeta di tutti i tempi: Mosè. Lo vedremo sul monte Sinai quando il Signore da un roveto ardente si rivelerà proclamando il suo Santo Nome. Assisteremo alle dieci piaghe che colpiscono l'Egitto, all'attraversamento miracoloso del Mar Rosso, alla consegna delle due Tavole della Legge sulle quali Dio in persona scrive i Dieci Comandamenti. Saremo con Israele nei quarant'anni passati nel deserto. Infine, con Mosè ci affacceremo sulla Terra Promessa dove il Popolo d'Israele farà ritorno dopo più di quattrocento anni! Tanti ne sono passati dal momento in cui Giacobbe e i suoi figli, lasciata la loro Patria,scesero in Egitto accolti da Giuseppe.
Sarà davvero una grande Storia: la storia di Dio che forgia il suo Popolo e lo guida verso la Libertà! (settembre 2016)


Proseguiamo la nostra navigazione lasciandoci alle spalle l'Arcipelago del Libro della Genesi e puntando decisi verso l'immensa Isola dell'Esodo che gli Ebrei chiamano "Shemòt" - in Italiano significa "Nomi" - perché è proprio con quella parola che inizia il secondo libro della Bibbia. "Questi sono i nomi dei figli d'Israele entrati in Egitto con Giacobbe". Sono trascorsi 430 anni dal momento in cui gli undici fratelli di Giuseppe e il loro padre Giacobbe, dalla Terra Promessa sono emigrati in Egitto. Si tratta di una permanenza del tutto transitoria - anche se molto lunga - perché Dio li ricondurrà nel Paese che aveva loro promesso in proprietà per sempre. Ora, il Popolo Ebraico, grazie ad un condottiero straordinario e soprattutto all'intervento prodigioso di Dio, potrà finalmente tornare a casa. Esplorando l'Esodo daremo un'occhiata anche ad altri tre Libri della Bibbia: quelli immediatamente successivi che tutto sommato riguardano il medesimo periodo storico delle vicende narrate nel libro dell'Esodo: dalla schiavitù in Egitto alla libertà fino ai confini della Terra Promessa, quasi all'istante prima di entrarvi. Questi tre Libri sono: Levitico, Numeri e Deuteronomio. In particolare, il libro del Deuteronomio è assai importante perché ripercorre, più o meno, le stesse vicende narrate dall'Esodo, però da un'angolazione diversa o, se preferite, con delle sfumature e delle sensibilità diverse. Come paragone potremmo senz'altro indicare i Vangeli, che sono quattro e raccontano la Vita di Gesù ciascuno con parole ed espressioni differenti. Circoscrivere in poche pagine la vastità degli argomenti contenuti nell'Esodo è impossibile, perciò propongo di concentrarci solo su alcuni episodi e su qualche aspetto soltanto. Tuttavia, delle informazioni per inquadrare la Storia dell'Esodo ci sono utili. Siamo attorno all'anno 1300 a.C., Mosè nasce durante una delle tante persecuzioni che colpiscono il Popolo d'Israele nella sua millenaria esistenza. Il Male non cessa mai di combattere il Bene anche se mai ne uscirà vincitore. Il Faraone, non per odio raziale, ma per calcolo politico, decide di contenere l'esplosione demografica degli schiavi Ebrei ordinando alle levatrici di sopprimere i neonati maschi. In realtà, esse disobbediscono lasciando in vita i bambini. Allora, il Faraone cambia strategia disponendo che siano le sue guardie ad ucciderli annegandoli nelle acque del Nilo. Su questa cosa ci sarebbe molto da dire ma non ne abbiamo il tempo. Una cosa però è importantissima per noi Cristiani ed è questa: Mosè - l'Eroe dell'Esodo, il più grande Profeta d'Israele - nasce in un contesto di persecuzione, di strage di bambini, proprio come accadrà a Gesù. Re Erode, infatti, farà uccidere tutti i bambini nati a Betlemme e negli immediati dintorni. È un'analogia interessante, vero? Tanto più che lo stesso Matteo, nel suo Vangelo, al termine della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, cita un passo del profeta Osea che dice: "Dall'Egitto ho chiamato mio Figlio." ed è ovviamente riferito al Popolo Ebraico. Questa citazione serve a Matteo per sottolineare una equivalenza: così come Israele è stato chiamato ad uscire dall'Egitto, anche Gesù è protagonista di un Esodo dall'Egitto ad Israele. …Tempo scaduto! Continueremo la volta prossima. (ottobre 2016)


Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati. Stiamo muovendo i primi passi sull'Isola dell'Esodo, il secondo libro della Bibbia, di cui Mosè è l'indiscusso protagonista umano. La vicenda della nascita del grande profeta è assai nota. Sua madre, della tribù di Levi - come del resto lo è suo padre, sua sorella Miriam e il fratello Aronne - nasconde il bambino appena nato fin che può. Poi, essendo troppo pericoloso, lo affida alla misericordia di Dio e lo lascia andare lungo le acque del Nilo in un cesto galleggiante. Fortuna volle - ma forse è meglio parlare, non di fortuna, ma di un intervento diretto di Dio - la figlia del Faraone - o piuttosto una delle tante figlie del Faraone - vede il bambino, lo salva e lo adotta. Il nome Mosè significa proprio "salvato dalle acque", almeno questo afferma la Bibbia. In realtà non è proprio così, ma è inutile complicarci le cose con delle sottigliezze filologiche.
Così Mosè, un bambino Ebreo, che appartiene ad un Popolo di schiavi maltrattati, viene allevato come un autentico Principe Egiziano. È un evento prodigioso che determinerà profondamente il susseguirsi degli avvenimenti.
Già ormai grande, Mosè - Principe della dinastia regnante su tutto l'Egitto - scopre di essere Ebreo e non un "Egiziano doc" come credeva fino a quel momento. Dopo il primo comprensibile turbamento, non è che - come farebbero molti - cerca di cancellare ogni prova ed ogni indizio della sua origine per non perdere i privilegi, l'autorità, il rispetto e quant'altro! No! Al contrario! Il Sangue e il DNA Ebraico di Mosè esplodono d'amore verso il suo Popolo fino al punto di desiderane di farne parte vivendone le tradizioni e i costumi. Tuttavia, tranne che per sua madre, per sua sorella Miriam e per suo fratello Aronne, Mosè, per tutti gli altri Ebrei rimane un Egiziano, un nemico, qualcuno da cui stare molto in guardia. Mosè è l'Egitto! Non è uno di loro! Non è un discendente dei Figli di Giacobbe!
Ma Mosè sente ugualmente di amare fortemente il suo Popolo e, al contempo, per sua natura odia visceralmente l'ingiustizia, il sopruso, la slealtà e la vigliaccheria. Perciò, un giorno, arriva ad uccidere un sorvegliante egiziano - quello che in teoria è un suo connazionale - per difendere un Ebreo, uno straniero e per di più uno schiavo, un uomo senza valore!
Bel gesto davvero! Ma ora Mosè deve assolutamente fuggire per sottrarsi alla giustizia del Faraone che lo avrebbe messo a morte; non tanto perché si era reso responsabile dell'uccisione di un uomo, ma perché aveva tradito il suo popolo e la sua Patria. Mosè aveva ucciso un Egiziano per salvare la vita di uno schiavo straniero! Mosè ha compiuto un crimine molto più grave di aver tolto la vita ad un uomo. Ha tradito l'Egitto!
E dove scappa Mosè? ….Lo vedremo la prossima volta. (novembre 2016)


Abbiamo lasciato il Principe Mosè che, ucciso un sorvegliante Egiziano, deve fuggire dalla Giustizia del Faraone per non essere giudicato e punito per alto tradimento.
E dove scappa Mosè? …Semplicemente dove a quel tempo scappavano i criminali e i ricercati! Scappa nel Deserto! Viene accolto da una tribù di Beduini e sposa una delle figlie di Ietro, il loro Capo/Sacerdote. Ora, tutto sembra procedere proprio bene. Mosè ha quasi dimenticato l'Egitto e le comodità di una reggia. Si è felicemente adattato a fare il pastore di pecore e capre; una specie di ritorno alle origini, all'esistenza che conducevano i suoi avi: Abramo, Isacco e Giacobbe, anche loro pastori. In Egitto sembra che di Mosè non ci si ricordi più o, quantomeno, con il passare degli anni, anche il fatto che si sia comportato da traditore uccidendo un sorvegliante Egiziano per salvare uno schiavo straniero è stato rimosso. Tanto è vero che, quando inviato da Dio, torna nella Terra Egiziana per ordinare al Faraone di lascare libero il Popolo Ebraico, nessuno lo arresterà per quel vecchio omicidio di cui si era reso responsabile anni prima.
Bene! Se vi chiedessi quali sono gli eventi più portentosi raccontati nel libro dell'Esodo, molti risponderebbero:
1. le dieci piaghe;
2. l'attraversamento del Mar Rosso.
Questi due episodi sono certamente spettacolari, sicuramente i migliori per una straordinaria rappresentazione che colpisca l'immaginazione di credenti e non credenti.
Proprio per questo, se mi permettete, noi li salteremo a piedi pari eccezion fatta per l'ultima delle piaghe che colpiscono l'Egitto. Non perché non siano cose straordinarie! Assolutamente no! Solo che, come dicevo all'inizio di questa nostra esplorazione nell'immensa Isola dell'Esodo, non possiamo dire tutto e ci dobbiamo concentrare solo su taluni eventi. Innanzitutto parleremo dell'incontro di Mosè con Dio sul Monte Sinai; poi, la notte della Pasqua Ebraica, quando l'Angelo Sterminatore passerà per le case degli Egiziani uccidendo tutti i primogeniti, sia degli uomini che degli animali, ma risparmierà i Figli d'Israele. Successivamente, e non potrebbe che essere così, narreremo dei Dieci Comandamenti che Dio consegna a Mosè sul Monte Oreb, detto anche Sinai… scegliete voi come chiamarlo perché, in realtà, sono dei sinonimi (Oreb, in Ebraico, significa Monte del Deserto).
Infine, a conclusione di questa nostra esplorazione dell'isola dell'Esodo, tratteremo una cosa di per sé assai affascinante e misteriosa: la "Morte di Mosè" il cui corpo nessuno ha mai saputo dove è sepolto. …Ora la mappa per esplorare l'Esodo è tracciata! Dalla prossima puntata inizieremo a seguirla con grande impegno… Vi aspetto! (dicembre 2016)


Riprendiamo l'esplorazione del Libro dell'Esodo. Nella precedente puntata avevamo detto che avremmo affrontato solo alcuni episodi.
In ordine strettamente cronologico, iniziamo dalla chiamata di Mosè, dall'episodio che è conosciuto come quello del "Roveto Ardente".
Una vibrante raccomandazione: andate a leggere ciò che è scritto nel Libro dell'Esodo. L'episodio è raccontato con un brano assai breve ma densissimo di significati nei Capitoli 3° e 4°. Come è nostro solito fare, parlando di questo straordinario incontro tra Dio e l'Uomo - che gli esperti direbbero una Teofania (una apparizione di Dio) - cercheremo di mettere in luce degli aspetti che normalmente non vengono considerati oppure sono dati per scontati. Insomma, continueremo a navigare il "Mare della Parola di Dio!" con un po' di creatività, così che - almeno in qualche caso - riusciremo a sorprenderci e a conoscere più cose e non dai soliti punti di vista. Molto concretamente, il motivo principale per il quale Dio si rivela a Mosè sul Monte Sinai è quello di affidargli la missione impossibile - umanamente del tutto irrealizzabile - di liberare il Popolo Ebraico dalla schiavitù, così da presentarsi da uomini liberi al cospetto del Dio dei loro Padri per rendergli culto. …Tutto qua!
Il Tema della Libertà - dell'Uomo e di un Popolo - è uno dei principi cardine presenti nella Bibbia e, in generale, in tutta la Rivelazione. Per credere in Dio, gli Uomini devono essere liberi. Innanzitutto, liberi dalla tirannia da parte di una nazione straniera; ma anche liberi da condizionamenti imposti da Società e Religioni opprimenti.
Se non si è liberi non si può credere liberamente! …Ovvio!
Mosè, pur avendo frequentato per qualche tempo il Popolo Ebraico in Egitto, non sa esattamente quale divinità straordinaria ha davanti a sé… Di che Dio si tratta?
La risposta di Dio è precisa. Anzi, di più! È inequivocabile: "Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe!" Ed affinché sia ancor più chiaro, in tutto il discorso che fa, lo ripete più volte! …Ma a Mosè tutto questo non basta; addirittura ardisce di chiedere a Dio qual è il suo nome, come si chiama. In realtà non è proprio così perché, nelle lingue occidentali, come: l'Italiano, l'Inglese o il Francese, quando ci si rivolge confidenzialmente a qualcuno per sapere il suo nome, normalmente si chiede: "Come ti chiami?" oppure, "Che nome hai?" …Vero?
Invece, in Ebraico - la Lingua del Popolo Ebraico, la Lingua con cui Dio parla a Mosè - per chiedere il nome a qualcuno si dice semplicemente "Miatà?" che significa: "Chi sei tu?"…Non "Come ti chiami?" e neppure "Che nome hai?". Perciò, in Ebraico non si chiede specificatamente il nome ma solo: "Chi sei tu?"Questa cosa, anche se sembra marginale, cambia radicalmente le cose o, meglio, le prospettive ed il senso. …Perché?…Se vi va, lo scopriremo la prossima volta! (gennaio 2017)


La volta scorsa abbiamo introdotto la straordinaria vicenda di Dio che parla a "Tu per Tu" con Mosè sul Monte Sinai da un roveto che arde ma non si consuma. Mosè è comprensibilmente sbalordito e chiedea Dio "chi è". Per prima cosa - e questo concetto lo ripeterà più volte nel breve dialogo che fa con Mosè -Lui gli rispondere di essere il Dio dei suoi Padri: Abramo, Isacco e Giacobbe. Tuttavia, a Mosè questo non basta.
Certo, lui è Ebreo! Certo, lui è anche un Principe dell'Egitto e la corte del Faraone la conosce bene, sa come muoversi in quell'ambiente. …Ma è anche solo e per di più è ricercato come criminale perché - uccidendo un guardiano egiziano per salvare uno schiavo Ebreo - si è reso responsabile di alto tradimento. A Mosè non basta sapere che chi gli sta davanti e gli parla è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! Vuole sapere di più! Vuole conoscere chi è veramente Dio! Dice: "Ecco io vado ai figli d'Israele, e dico loro: Il Dio de' vostri padri mi mandò a voi; se mi dicono: Qual è il suo nome? Che cosa ho da dir loro? E Dio disse a Mosè: EhjèascèrEhjè (Io Sarò quel che Io Sarò). Indi disse: Così dirai ai figli d'Israel: Ehjè (Io Sarò) mi mandò a voi." (Traduzione della Bibbia Ebraica). Ancora Dio non si spazientisce con Mosè per la sua impertinenza. Lo farà però poco dopo quando Mosè - schiacciato da una missione così enorme per le sue forze, cercherà di sottrarsi per l'ultima voltaall'ordine datogli da Dio. Mosè, ancora non l'abbiamo detto, era - come lui stesso ammette: "Tardo di parola" cioè "Balbuziente!" …Incredibile, vero?! Dio, per parlare al Faraone - al Padrone assoluto di tutto l'Egitto - e convincerlo a liberare di punto in bianco un popolo di schiavi che gli era indispensabile come forza lavoro per costruire grandi città, sceglie uno che inciampa nelle parole e perciò nemmeno potrebbe fare dei discorsi - non dico persuasivi - ma almeno comprensibili! …Ma si sa che Dio è Dio ed è il Signore anche dell'Impossibile!
Quindi, dicevamo, Mosè insiste perché vuole sapere con più precisione chi è quel Dio che gli sta davanti e gli parla. …E Dio glielo dice.
E da qui nasce il primo problema d'interpretazione …e non è neppure un problema da poco! Lo abbiamo detto, Dio a Mosè parla in Ebraico. E, in tutte le traduzioni della Bibbia fatte da Esperti Ebrei, da sempre, queste parole con le quali Dio si autodefinisce - precisa la sua essenza che può essere comprensibile all'Uomo -sono tradotte con: "Io sarò quel che sarò!" mentre noi Cristiani preferiamo tradurle con: "Io sono colui che sono!" ….Come dicevamo, è un bel problema, perché - a parte le semplici sfumature linguistiche - la realtà del concetto cambia radicalmente…La volta prossima riusciremo a concludere il discorso sul Nome di Dio ed annunceremo un altro straordinario evento: la Morte dei Primogeniti di coloro che non celebrano la Pasqua, ovvero gli Egiziani, compresi i loro animali. E' quella della Pasqua, la notte in cui il Popolo Ebraico, sotto la guida di Dio e di Mosè, sarà libero! (febbraio 2017)


Eravamo rimasti a ciò che Dio dice di sé o, se volete, attenendoci alla tradizione Ebraica e Cristiana, al "Nome". Un Nome che, per centinaia di anni è stato pronunciatounicamente
dal Sommo Sacerdote in carica e soltanto una volta all'anno -nel Santo dei Santi del Tempio di Gerusalemme - in occasione della Festa d'Espiazione (una confessione generale dei peccati) detta Yom Kippur che, tuttora viene solennemente celebrata ogni anno dagli Ebrei ma con modalità diverse da quei tempi perché il Santo Tempio di Gerusalemme è stato distrutto dai Romani nel 70 d.C. e, sino a tutt'oggi, non è stato ancora ricostruito.Questa tradizione o, meglio, questo Rito durante il quale il Sommo Sacerdote pronunciava il Nome di Dio rivelato sul Sinai, è scomparso insiemeall'esatta pronuncia del Santo Nome di Dio, con la distruzione del Tempio. …Ma perché Dio risponde in quel modo alla domanda di Mosè?Bene! Se il Signore voleva presentarsi come un Dio convincente al quale affidarsi, doveva trovare le parole giuste per dire chi era, per presentarsi. Ricordo una cosa che ho già detto e che è molto importante: in Ebraico, per chiedere il nome si dice: "Miatà?", che significa: "Chi sei?" e non: "Che nome hai?", oppure: "Come ti chiami?" come invece accade nella maggior parte delle nostre Lingue Occidentali.Dio doveva necessariamente presentarsi nella sua essenza, come un Grande Liberatore, come colui che è provvidenzialmente accanto ad un Popolo nel "presente" e nel "futuro" così come lo "era stato" per Abramo, Isacco e Giacobbe. L'autodefinirsi da parte di Dio sul Monte Sinai, non indica una Entità Divina astratta ed essenzialmente trascendente, ma un Dio molto concreto.È un Dio che c'è, che mai s'è allontanato, s'allontana o s'allontanerà da Israele. E questa è una realtà molto diversa dall'interpretare il "Io sono quello che sono!" con i principi di una certa parte della Filosofia Grecache nulla ha a che fare con il Pensiero Ebraico Antico e che vede nelle Parole pronunciate da Dio un autoproclamarsi Eterno e Immutabile. Dio non aveva la necessità di autodefinirsi come Eterno ed Immutabile, ma di convincere un Popolo vessato e schiavo che Lui - il Dio dei loro Padri -sicuramente lo strapperà dalle mani del Faraone rendendolo Libero per davvero, in modo concreto. Rivelandosi per quello che è, Dio deve essere assolutamente convincente perché, se il Popolo Ebraico non si fiderà di Lui, nemmeno lo seguirà. E questo accade perché Dio può solo essere persuasivo, ma mai e poi mai toglie all'Uomo la Libertà di decidere.Ne consegue che anche Dio, come tutti noi, rischia degli insuccessi quando l'Uomo non si fida di Lui e fa delle scelte diverse da quelle che Dio desidera. Bene! …Certamente, il discorso sulla rivelazione del Nome di Dio non si esaurisce qui. …Ma, visto lo spazio a disposizione, dobbiamo essere assolutamente sintetici. …Dalla volta prossima riprenderemo con il racconto della notte della Prima Pasqua (Ebraica, non quella di Gesù che avverrà molti secoli dopo). Però, questa volta, vi lascio con qualcosa da meditare bene. E' una frase che fa parte del racconto dell'ultima piaga mandata da Dio contro gli Egizi: lo sterminio di tutti i primogeniti maschi a cui seguirà subito la Libertà del Popolo Ebraico. La frase è questa: "Io vedrò il sangue e passerò oltre." (Esodo capitolo 12, versetto 13). E sapete perché proprio questa frase è importante? …Bè! Provate a fare un collegamento con la Pasqua Cristiana e poi, di sicuro, mi saprete dire se e come avete compreso meglio il significato autentico della Pasqua di Cristo! (marzo 2017)


"Io vedrò il sangue e passerò oltre." (Es. 12,13). E' la frase con la quale Dio preannuncia l'Angelo Sterminatore per mano del quale punirà gli Egiziani e il loro concetto di Divinità (…punirò i loro dei) sopprimendo i primogeniti maschi, uomini o animali che siano. Vedendo che c'è del sangue sugli stipiti e gli architravi delle porte delle case d'Israele - segnate con il sangue dell'agnello - l'Angelo con la spada sguainata passerà oltre quella casa e non vi entrerà per portare la condanna e la Morte. È un evento realmente accaduto che dice molto, non solo della Pasqua - che ininterrottamente da più di tre millenni è celebrata ogni anno dagli Ebrei di tutto il Mondo - ma dice molto anche dalla nostra Pasqua Cristiana che ne è una diretta discendente e ne presuppone numerose simbologie che sono tuttora evidenti.
…Bene! La Pasqua (una parola di origine Ebraica che significa: Passaggio o, più precisamente, Passare Oltre) è l'evento più importante, sia per la Fede Cristiana che per quella Ebraica anche se viene celebrata con riti differenti e in date diverse. Quella di cui si parla nel Libro dell'Esodo è naturalmente la Pasqua Ebraica. Cristo, a quei tempi (siamo circa nel 1.250 a.C.) non era ancora nato (nel senso di incarnarsi - Vero Uomo e Vero Dio - in un bambino) e perciò la sua Risurrezione era ancora molto lontano dal realizzarsi. La Pasqua, inizialmente è esclusivamente la festa di Israele liberato da Dio dalle mani del Faraone;perciò dobbiamo tornare alle pagine dall'Esodo che ci spiegano cosa significa per davvero la parola Pasqua. E' importante, perché noi Cristiani che prendiamo come riferimento la Pasqua di Gesù,crediamo che la Pasqua significhi: il passaggio dalla morte alla vita, in altre parole: la Risurrezione. Ciò è corretto per la nostra Fede Cristiana, ma in parte non lo è per la Pasqua Ebraica.
La Parola Italiana Pasqua è una traduzione dal Latino Pascha che a sua volta deriva da una vocabolo Greco che indica, non "Passare Oltre", ma "Patire/Soffrire" e perciò viene riferito alla Passione di Gesù. In Ebraico non è così, perché la parola Pesach significa "Passare oltre, oltrepassare" e non è riferita al "Passaggio dalla Morte alla Vita" ma piuttosto allo "Scampare alla Morte". La Pesach - il passare oltre - è indicato nel versetto 13° del 12° Capitolo del Libro dell'Esodo: "Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d'Egitto." Comunque sia, l'esito della Pasqua Cristiana e quello della Pesach Ebraica è il medesimo: la Salvezza e la Liberazione, anche se è interpretata dalle due Fedi con caratteristiche proprie. Attraverso la sua Passione, Morte e Resurrezione in Anima e Corpo, Gesù libera definitivamente l'Uomo dalla schiavitù del peccato e della morte fisica e spirituale. Con il passaggio dell'Angelo Sterminatore che risparmia i primogeniti Ebrei ed uccide chi non celebra la Pasqua, il Signore fa giustizia degli oppressori del suo Popolo spianando ad Israele la strada verso la Libertà: li rende per sempre autenticamente liberi. Bene, la prossima volta concluderemo il nostro ragionare sulla Pasqua spiegando una cosa che molti forse si domandano: perché Ebrei, Cattolici e Ortodossi celebrano la Pasqua in date diverse e solo rarissimamente lo stesso giorno? …C'è da fare dei calcoli un po' complicati e noiosi, ma vedrete che ce la faremo! (aprile 2017)


Come promesso, oggi concludiamo il discorso sulla Pasqua Ebraica, raccontata nel Libro dell'Esodo ma che ha chiari riferimenti anche nei Libri del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio che, insieme alla Genesi sono il fondamento dell'Antico Testamento e che gli Ebrei onorano con il nome di Torah (Torah viene comunemente tradotta dai non Ebrei, con la parola "Legge". Tuttavia, questa parola non è molto precisa, e sarebbe meglio tradurla con "Insegnamento".Noi Cristiani, con il passare dei secoli, abbiamo imparato ad utilizzare, per comprendere le Sacre Scritture, dei principi filosofici e logici della Classicità Greca allontanandoci sempre di più dall'originario "Sentire Ebraico". Questo porta a fraintendere delle espressioni e dei concetti cambiandone addirittura il significato etimologico. Lo abbiamo visto la puntata precedente considerando la parola Pasqua e lo vediamo ora con la parola Torah.…Ma, torniamo al calcolo della celebrazione della Festa di Pasqua che è differente per Ebrei, Cattolici ed Ortodossi. Facciamo un esempio per capirci bene. Nel 2016 la Pasqua Cattolica è stata celebrata Domenica 27 marzo, quella Ortodossa il 1° Maggio e quella Ebraica è iniziata la sera del 22 aprile che corrisponde all'inizio del giorno del 14 del mese di Nissan (liturgicamente, ricordo che sia per Cattolici, Ortodossi ed Ebrei, il giorno inizia al Vespro - ossia alla sera - del giorno civile precedente).Dunque? Quand'è veramente Pasqua? Solo per dare un'idea di come si calcola la data della Pasqua Cristiana, segnaliamo che il Primo Concilio di Nicea, nel lontano 325 d.C., decretò per tutte le Chiese che la Pasqua fosse celebratala Domenica seguente il primo plenilunio dopo l'Equinozio di Primavera. Ne deriva che la data della Pasqua (ovviamente sempre prevedendola di Domenica) risulta compresa fra il 22 marzo e il 25 aprile. Gli Ortodossi fanno tuttora la stessa cosa. Solo che loro, per il Calendario Liturgico utilizzano quello Giuliano precedente a quello Gregoriano - che è del 1582 - che invece usano le Chiese Occidentali. Di fatto, grosso modo - salvo ulteriori complicazioni di computo dovuto al trascorrere degli anni - la differenza è di tredici giorni. Almeno, questo è vero per le Feste a data fissa. Un esempio? Il Natale Ortodosso è celebrato il 7 gennaio, mentre noi lo festeggiamo il 25 dicembre. Per la Pasqua più o meno è così ma, essendo una festa a data mobile e non fissa come il Natale, ci sono delle eccezioni che portano al fatto che, in alcuni casi, ancorché rari, le date delle Pasque coincidono e, in altri, sono distanti l'una dall'altra in un numero differente dai canonici tredici giorni. ….Ma stiamo divagando e nemmeno possiamo diventare troppo complicati. …E poi stiamo ancora navigando nel Libro dell'Esodo e quello che ci importa in questo momento è soprattutto la Pasqua Ebraica. L'abbiamo detto più volte: la data dell'inizio della Pasqua Ebraica è il 14 del mese di Nissan e il giorno, comincia il Vespro del giorno civile precedente. Tanto per intricare ulteriormente le cose, il calendario Ebraico non è solare ma lunare e il calcolo dei mesi e dei giorni è diverso dal nostro. Comunque sia, gli Ebrei - per determinare quando cade il giorno 14 di Nissan - considerano il plenilunio seguente all'equinozio di primavera (ovvero il 21 marzo). Tuttavia, l'anno Ebraico è, in media, più lungo di alcuni minuti rispetto a quello Gregoriano che usiamo noi, perciò nei secoli s'accumulano ritardi di alcuni giorni a cui si pone periodicamente rimedio con dei correttivi. Ciò significa altri problemi di calcolo! …Alla volta prossima, con i Dieci Comandamenti…. Almeno quelli li conosciamo bene e non c'è da fare tanti calcoli matematici…Basta saper contare fino a 10! (maggio 2017)


Nelle due precedenti puntate, abbiamo raffrontato le versioni dei Dieci Comandamenti (la prima dell'Esodo e la seconda del Deuteronomio) e poi abbiamo visto in che modo i Dieci Comandamenti sono espressi ed enumerati nella Tradizione Ebraica e in quella Cattolica. …Spero che abbiate colto le analogie e le differenze. Alcune parole sono proprio diverse. La prima cosa che salta subito all'occhio è che l'elenco Ebraico divide in due distinti Comandamenti quello che noi consideriamo il Primo Comandamento, ossia: 1) la proclamazione dell'Unicità di Dio, 2) la proibizione di costruire idoli e figure che rappresentino il Vero Unico Dio e, tantomeno, di ciò che gli Uomini considerano divinità del Cielo, della Terra o delle Acque. …E poi, consideriamo il Sesto Comandamento (il Settimo Comandamento per la versione Ebraica) che nei testi delle Sacre Scritture (sia esso l'Esodo o il Deuteronomio) prescrive di "Non commettere adulterio" e che da noi, soprattutto fino a qualche anno fa, veniva tradotto arbitrariamente con: "Non commettere atti impuri", ricomprendendo così in questo Comandamento tutto ciò che riguarda la "sfera sessuale". …Fermiamoci a questa semplice considerazione perché, se ne parlassimo più specificatamente, entreremmo in un ginepraio di pro e contro dal quale difficilmente riusciremmo ad uscirne interi… E noi - dopo aver esplorato la grande Isola dell'Esodo - dobbiamo riprendere immediatamente la navigazione correndo verso la Terra Promessa dove finalmente entrerà il Popolo Ebraico al Comando di Giosuè che, dopo la morte di Mosè, assume il comando delle Dodici Tribù e guaderà il Giordano prendendo possesso della Terra Promessa. Poi esploreremo, anche se in tutta velocità, l'Isola dei Giudici ed approderemo ai Libri di Samuele, dei Re, delle Cronache ed incontreremo i tre più Grandi Re d'Israele: Saul, Davide e suo figlio Salomone. …Questa volta siamo stati veramente brevi! La prossima volta scopriremo uno degli episodi più affascinanti ed oscuri dell'Antico Testamento: la Morte di Mosè a cui Dio impedirà di entrare nella Terra Promessa a causa di una disobbedienza apparentemente trascurabile e sicuramente marginale se si tiene in giusto conto l'instancabile impegno di Mosè.
…Un'ultima cosa che sicuramente avete notato anche voi: la numerazione del Decalogo della versione Ebraica e di quella Cattolica, ridiventa identica al 10° Comandamento perché per la rubricazione Cattolica, il desiderare la donna d'altri è scisso da quello del desiderio del possesso degli degli animali e di tutte le cose materiali appartenenti al prossimo. (agosto 2017)


Con la morte di Mosè, narrata nel Deuteronomio, si conclude l'ultimo Libro del Pentateuco (Torah). Dopo oltre quarant'anni di vicissitudini e di peregrinazioni nel Deserto del Sinai, le Dodici Tribù d'Israele, grazie ai prodigiosi interventi di Dio e sotto l'illuminata guida di Mosè e di suo fratello Aronne, si forgiano in un Popolo coeso e ben motivato che è pronto a sfidare i secoli e i millenni nonostante le persecuzioni, l'odio e il pregiudizio di molti. E' questo un evento di per sé prodigioso dato che, di fatto, è l'unico popolo millenario che non è stato inghiottito dalla Storia. Ma torniamo a Mosè e seguiamolo negli ultimi istanti della sua vita terrena. Per farlo, riportiamo il breve passo del 34° capitolo del Deuteronomio:
"Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: …"Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza.". Te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!". Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno. …Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè con il quale il Signore parlava faccia a faccia."
Mosè e, insieme ad Elia, il più grande Profeta d'Israele, il più importante. E questo è vero anche per noi Cristiani o, perlomeno, per Gesù, perché se lo ricordate, quando il Signore si trasfigurò sul Monte Tabor - alla presenza di Pietro, Giacomo e Giovanni - apparve in compagnia proprio di Mosè e di Elia a testimonianza del fatto che Lui è davvero Dio (nella Persona del Figlio).
Per una sola trasgressione ad un comandamento dato da Dio, Mosè e Aronne, nonostante tutto quello che avevano fatto insieme al Signore per liberare Israele dalla mano del Faraone e guidarlo per quarant'anni nel Deserto del Sinai; nonostante che Mosè fosse Amico di Dio e gli parlasse faccia a faccia, ambedue sono spietatamente condannati a non entrare nella Terra Promessa. Aronne morirà qualche tempo prima di Mosè, addirittura senza neppure veder da lontano la Terra Promessa. Con Mosè, Dio è - per così dire - più clemente: non ci entrerà, è vero, ma potrà vederla da lontano, dalla cima di un monte, il monte Nebo che, ai giorni nostri, si trova in territorio della Giordania, e dal quale si domina la Valle del Fiume Giordano, la città di Gerico, il Mar Morto e il Deserto di Giuda. …Vedremo il perché di questa sproporzionata punizione…. La prossima volta! (settembre 2017)



La puntata precedente avevamo lasciato la Grande Isola del Libro dell'Esodo per esplorare, almeno una piccola parte, dell'ultimo dei 5 Libri della Torah (Pentateuco) e cioè il Libro del Deuteronomio. Siamo sbarcati sull'Isola del Deuteronomio perché volevamo concludere con l'evento della Morte di Mosè al quale Dio non permettere di entrare nella Terra Promessa. Se ve lo ricordate, c'eravamo chiesti il perché, il motivo per il quale Dio punisce Mosè - ed antecedentemente anche il fratello Aronne, Sommo Sacerdote d'Israele - per una trasgressione che tutto sommato sembra marginale se non addirittura trascurabile. Per prima cosa leggiamo insieme il racconto della vicenda del Peccato di Mosè e di Aronne. L'episodio è narrato in un altro Libro del Pentateuco che, sino ad ora, abbiamo solo citato: il Libro dei Numeri.
"Mancava l'acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne. Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: "Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? "…. Il Signore disse a Mosè: "Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l'acqua; tu farai sgorgare per loro l'acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame". Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè e Aronne convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: "Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?". Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame. Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: "Poiché non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le dò".(Numeri Cap. 20)
Tantissimi esegeti e teologi, sia Ebrei che Cristiani, nei secoli hanno cercato d'interrogarsi, di darsi una spiegazione del perché Dio ha colpito con una condanna così terribile e irrevocabile la trasgressione di Mosè.
C'è chi punta il dito sul fatto che Mosè ha percosso due volte la roccia invece di parlargli come aveva loro comandato Dio. Tuttavia, questa motivazione è apparsa un po' farraginosa in quanto Mosè e Aronne, nel passato, già avevano fatto un gesto simile per fare scaturire l'acqua dalla rocce del deserto (Esodo Cap 17).
Altri, affermano che la causa della condanna è riconducibile al fatto che Mosè e Aronne avevano parlato troppo aspramente al Popolo che legittimamente chiedeva acqua per sé e per il proprio bestiame.
Ancora: qualcuno sostiene invece che il compito di Mosè e di Aronne si era concluso e che per guidare Israele come una Nazione che di lì a poco avrebbe avuto anche una Terra sua, in cui risiedere, occorreva una generazione nuova.
Freud, il padre della psicanalisi, addirittura ipotizza nel suol libro "L'uomo Mosè e la religione monoteista"- per altro aspramente contestato sia dai credenti Ebrei sia dai Cristiani - che Mosè non entrò nella Terra Promessa perché fu ucciso dal suo stesso popolo che ha poi rimosso l'evento mascherandolo con il racconto della Morte di Mosè così come è narrata nel libro del Deuteronomio. ….
Ma si tratta di Psicoanalisi, non di Storia o di Teologia! (ottobre 2017)


 

continua ...