Celebrare come?
riflessioni di mons. Giancarlo Boretti


Per meglio partecipare alla celebrazione eucaristica, è opportuno spendere alcune parole sul valore e sulle modalità del gesto rituale. "L'atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell'unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la santa liturgia: manifesta infatti e favorisce l'intenzione e i sentimenti dell'animo di coloro che partecipano" Il primo requisito che dona senso e importanza ai gesti rituali nella liturgia - in "atteggiamenti comuni", segni di unità - è sicuramente la loro 'armoniosità': i gesti devono essere compiuti con calma, senza tensione e senza precipitazione, in una buona postura di tutto il corpo. Rivisitiamo brevemente i principali.


1 - Stare in piedi
È l'atteggiamento più importante e normale durante le celebrazioni liturgiche in genere e durante la Messa in specie. Significa dire che, col Battesimo, si è già risorti.
Per questo nella Chiesa antica era perfino vietato di porsi in ginocchio la domenica, giorno della risurrezione; ne dà testimonianza S. Agostino: "Noi preghiamo in piedi perché è un segno di risurrezione". L'alzarsi, poi, al canto del vangelo, può voler dire: "Eccoci, Signore Gesù risorto, siamo pronti ad ascoltarti e a seguirti".


2 - Stare seduti
È posizione di riposo, per favorire un ascolto più attento della Parola di Dio, con eventuale omelia, e una migliore preghiera personale. Poiché "è Lui che parla quando nella chiesa si leggono le sante Scritture" è raccomandabile l''ascolto' con gli occhi rivolti a chi proclama la Parola, evitando la 'lettura' con gli occhi fissi sul foglietto o sul messale personale. Il foglietto potrà essere portato a casa per una rilettura più calma dei testi e delle preghiere.

3 - Stare in ginocchio
L'inginocchiarsi e lo stare in questa posizione presso i primi cristiani era il tipico atteggiamento penitenziale ed insieme implorativo; si ricordi l'invito del diacono "Flectamus genua!": pieghiamo le ginocchia. Ma è pure il gesto che esprime adorazione; l'"Ordinamento generale del Messale" chiede ai fedeli che si inginocchino "alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei fedeli, o altri ragionevoli motivi" (n. 43);
tale atteggiamento perduri fino alla ostensione del calice, prima dell'acclamazione anamnetica: "Mistero della fede...". Al riguardo, è bene suggerire una pratica comune, benché non sia 'proibito', per chi volesse, di continuare a rimanere in ginocchio fino alla solenne dossologia "Per Cristo, con Cristo…". Certamente, l'inginocchiarsi e l'alzarsi insieme sono segno di ordine e possono favorire una comunione di spirito che si manifesta e si alimenta anche attraverso i gesti del corpo.


4 - Fare il segno della croce
Questo gesto non va inteso soltanto come un piccolo atto religioso consuetudinario, all'inizio e alla fine o nel corso di un'azione liturgica oppure di una preghiera personale (né tanto meno come un frettolosa azione scaramantica). Esso deve rimandare al Battesimo, quando per la prima volta fu tracciato il segno della croce sul corpo. 'Farsi il segno della croce' è richiamo al sacramento che ha "segnato" profondamente tutta la vita 'nel' Signore, aprendola a tutti gli incontri con lui nelle successive celebrazioni liturgiche. Superfluo, allora, è il raccomandare la calma nel compiere questo gesto. Ciò deve avvenire anche quando si tracciano i tre piccoli
segni di croce sulla fronte, sulle labbra e sul petto all'inizio dell'annuncio del vangelo, quasi dicendo: "La Parola del Signore entri nella mia mente, stia sulle mia labbra e trasformi il mio cuore perché io la comprenda, la proclami e la viva".


5 - Fare la genuflessione
Se il tabernacolo con la riserva eucaristica è nel presbiterio, la genuflessione è compiuta dal sacerdote celebrante all'inizio e al termine della celebrazione liturgica; celebrando l'Eucaristia genuflette dopo l'elevazione' (o ostensione) del pane e del vino consacrati e prima della comunione. I fedeli è bene che genuflettino (secondo la loro possibilità) entrando e uscendo di chiesa; durante la Messa nella solennità dell'Annunciazione e del Natale la genuflessione - il porsi in ginocchio - si raccomanda, mentre si recita il Credo, alle parole "E per opera dello Spirito santo si è incarnato…". Spesso la genuflessione è sostituita da un inchino profondo; gesto che
si vorrebbe constatare più frequentemente anche quando non viene celebrata l'Eucaristica, ogni volta che si passa davanti al tabernacolo e all'altare maggiore.


6 - Fare l'inchino
È questo, dunque, un gesto che non deve scomparire né dalle celebrazioni liturgiche né dai luoghi sacri; nella sua discrezione e nella sua semplicità dice la partecipazionedell'uomo - in anima e corpo - alla preghiera, al suo porsi dinanzi e in dialogo con Dio: lo si può fare al segno di croce iniziando la Messa e alla benedizione finale, alle parole del Credo: "E per opera dello Spirito santo…"; lo si potrebbe compiere durante la recita della formula di perdono alla fine dell'atto penitenziale.
L'"Ordinamento generale del Messale" dice inoltre: "Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione" (n. 43).


7 - Battersi il petto
Un gesto desueto? E se venisse ricuperato sia da parte dei sacerdoti celebranti che da parte dei fedeli durante la celebrazione dell'Eucaristia - all'atto penitenziale e al "Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…" - ed anche nelle liturgie di riconciliazione? Sarebbe un pubblico richiamo per se stessi e un'opportuna testimonianza, nel dire umiltà e carità insieme.


8 - Allargare le braccia
Pregare il "Padre nostro" con le braccia aperte, da parte di tutti i membri dell'assemblea liturgica, è sicuramente di grande impatto e di notevole 'provocazione'. Ricordo un bimbo che, dopo aver alzati gli occhi verso il papà che pregava con le braccia allargate, aprì subito anche le sue! E a proposito di bambini (ma anche di adulti), l'alzare le mani si addice di più alla preghiera insegnataci da Gesù che non il formare una 'catena di comunione' stringendosi per mano: lo scambio del segno di pace con il suo intenso significato ha il suo momento proprio; al "Padre nostro" ci si rivolge a Lui per dirgli che ci aiuti poiché ci vuol bene, e non l'uno all'altro per dirci che ci aiutiamo e ci vogliamo bene.


9 - Scambiarsi il gesto di pace
Nella sua Esortazione postsinodale "Sacramentum caritatis" sull'Eucaristia, Benedetto XVI ci offre una riflessione e dei suggerimenti assai opportuni: "L'Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace". Questo gesto, perciò, è importante: è "un segno di grande valore", in cui "la Chiesa si fa voce della domanda di pace e di riconciliazione che sale dall'animo di ogni persona di buona volontà, rivolgendola a Colui che "nostra pace" (Ef. 2, 14). (…) Da tutto ciò si comprende l'intensità con cui spesso il rito della pace è sentito nella celebrazione liturgica" (n. 49). Ma tale "intensità" va intesa più nella globalità del gesto di tutti che nella quantità dei gesti di ciascuno; il segno della pace indica l'interiore preghiera al Datore della pace oltre - e prima - che un augurio esteriore; da qui il richiamo alla sobrietà e alla limitatezza dello scambio: durante il Sinodo dei Vescovi "è stata
rilevata l'opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell'assemblea prima della Comunione" e compromettendo "un clima adatto alla celebrazione". In concreto, occorre "limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino" ("Sacramentum caritatis", 49).


10 - Tendere la mano
È uno dei due gesti dei fedeli che si accostano a ricevere l'Eucaristia: la comunione 'in bocca' o la comunione 'sulla mano'. Occorre ribadire che ricevere l'ostia in bocca o sulla mano ha un'uguale legittimità; non è il caso di suscitare discriminità - magari con discutibili imposizioni - quasi che il ricevere dal sacerdote l'Eucaristia in bocca (entrato nell'uso solo dopo il IX secolo) sia più 'cristiano' dell'accoglierla sulla mano. Sempre da raccomandare, invece, sono la correttezza nel gesto e la dignità nella persona quando viene tesa la mano; l'ostia non si deve prendere afferrandola tra il pollice e l'indice: il "Prendete" di Gesù è invito ad "accogliere" il dono supremo con umiltà fiduciosa; ed insieme è richiamo al porgere dignitoso le mani (pulite e libere da oggetti) che si sovrappongono (alla maniera di un "trono" - dicevano i grandi vescovi del passato). L'avvicinarsi con compostezza, il non 'scappar via' con l'Eucaristia e lo scostarsi con rispetto rispondono anche all'esortazione di Papa Benedetto XVI: "Chiedo a tutti (…) di fare il possibile perché il gesto nella sua semplicità corrisponda al suo valore di incontro personale con il Signore Gesù nel Sacramento" ("Sacramentum caritatis", 50).
Nella liturgia tutto il corpo 'parla', ma come? E che cosa dice? I suoi gesti sono perlopiù quelli comuni, quelli della quotidianità in cui il Mistero vuole 'discendere', per essere accolto e per sollevare. Ogni atto della vita ordinaria viene 'trasposto' ed assume un significato simbolico, sacramentale: per indicare e per attuare Qualcos'altro. "La liturgia è anzitutto un atto corporale. Quando celebriamo, i nostri gesti, le nostre parole, i nostri atteggiamenti saranno giusti se sapremo guardare senza bramosia, se sapremo prendere senza afferrare, tenere fermo senza possedere, rispettando lo stacco, l'interstizio, la distanza tra la mano e l'oggetto, tra la bocca e la
parola, tra l'immobilità e il movimento" (Centro di Pastorale Liturgica francese).