In margine alla presentazione dell'arte sacra nelle parrocchie


L'arte sacra parla nelle nostre chiese

a cura di don Gabriele Crenna


"La bellezza è l'ombra di Dio sulla terra" così si esprime l'ex Direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci (Rimini, 29 settembre 1939-vivente).
Con questa convinzione la Chiesa italiana ha iniziato un sistematico inventario di tutti i beni artistici e culturali presenti nelle 226 Diocesi e nelle 25.610 Parrocchie italiane, ciascuna delle quali conserva numerosi segni del sacro: oggetti, paramenti, affreschi, tele, marmi, materiale archivistico … Un lavoro immane, che occuperà molto tempo e forze, ma che il risultato sarà eccezionale.
Dobbiamo ringraziare Federico Crimi, Maurizio Isabella e Francesco che ci stanno aiutando a scoprire l'arte sacra nascosta delle nostre parrocchie, con attenzione metodologica e sistematica, a volte anche con rocamboleschi sacrifici.
Ci offrono scoperte meravigliose che i parrocchiani spesso non conoscono, non hanno mai visto e che i parroci spesso non hanno coscienza del patrimonio che si trovano a dover conservare e valorizzare.

Da dove provengono questi beni?
Teniamo presente che la nostra zona è terra di emigrazione: qui fino a metà del XX secolo si viveva "in stalla" con una economia basata sull'agricoltura e la pastorizia, la popolazione maschile era costretta ad emigrare. Di questa situazione è testimone la pittura ottocentesca (cfr. G. Segantini: Le due madri, 1889).
Il popolo aveva la convinzione che la loro chiesa doveva essere più bella della loro casa. E' lo stesso sentire che colpì Giovanni Pascoli a Barga nel Casentino leggendo un capitello con la scritta "In tempo di fame 1152" e che fece scrivere una targa (1895 circa) con queste parole incise, in stampatello, sopra la porta del campanile del Duomo di Barga: "Al tempo dei tempi davanti al Mille i Barghigiani campavano rosicchiando castagne e fecero il Duomo. Dicevano: in casa mia ch'io salti da un travicello all'altro: benedetta libertà! Ma il Duomo ha da essere grande, con il più bel pulpito di marmo che si possa vedere. Dicevano: piccolo il mio, grande il nostro! [1]

Duplice era lo scopo della ricchezza della propria chiesa.


1 - Rendere gloria a Dio.
Noto è il racconto che narra il clima della costruzione del Duomo di Milano: siamo nel 1400 e attorno si stanziano lapicidi intenti a creare sculture per la costruenda fabbrica. Un passante, osservando un artigiano intento a rifinire con precisione i particolari di una statua, con supponenza gli dice:"Perché perdi tanto tempo attorno al cesello, quando la tua statua sarà posta in alto tra tante altre e nessuno la osserverà?" Rispose l'artigiano:"Nessun uomo la guarderà, ma Dio sì!".
Questo era il clima del tardo Medioevo, ma che è sopravvissuto fino a metà del secolo scorso.
2 - Motivo di orgoglio per la comunità.
Poter far vedere ad altri la ricchezza della propria chiesa era quasi uno "status symbol", elemento caratteristico dell'aspetto e del comportamento (l'acquisto di un oggetto di consumo costoso o raro) che tende a mostrare esteriormente che si è raggiunto un determinato livello di ricchezza o di potere.
Quindi si raggiungevano due scopi in una sola operazione.

Chi contribuiva all'acquisto di questi beni?
Innanzitutto i parrocchiani.
Pur non brillando di una florida economia, anzi in tempi funesti patendo la fame, sapevano offrire una parte delle scarse entrate oppure anche di offerte in natura, ma erano motivati dalle convinzioni e dalla predicazione di parroci e predicatori itineranti.
Poi gli emigrati.
Ricordiamo qualche personaggio che è rimasto nella storia, originario dalle nostre terre: Bartolomeo Scappi (Dumenza, 1500 - Roma, 13 aprile 1577), scalco, cuoco e maestro di tavola di tre papi nella Roma rinascimentale; Bernardino Luini (Dumenza, 1481 circa - Milano, giugno 1532), pittore attivo in Lombardia; l'imbianchino Vincenzo Peruggia (Dumenza, 8 ottobre 1881 - Saint-Maur-des-Fossés, 8 ottobre 1925), noto per il furto della Gioconda nel 1911. Ma solo alcuni facevano fortuna: la maggior parte restavano sempre "foresti": muratori, imbianchini, osti, camerieri, … comunque umili mestieri.

 

Oggi a che punto siamo?
Sempre Paolucci dopo aver partecipato ad un convegno sulle chiese nuove, ovviamente svoltosi al monastero di Bose (Bi), intervistato da una giornalista che gli aveva chiesto cosa ne pensasse delle chiese moderne, rispose lo storico dell'arte:"Sono brutte, brutte, brutte. Assomigliano ad un hangar, un garage, un supermercato. Quando la gente entra in chiesa si aspetta qualcosa che nelle chiese di oggi non trova."
E' cambiato il concetto di Chiesa.
Pensiamo alla chiesa di san Massimiliano Kolbe in via Aguggiari a Varese (intendiamoci la chiesa a igloo), opera dello zurighese Justus Dahinden, classe 1925, iniziata nel 1991 e consacrata nel 1996: già l'ingresso è problematico: a destra, al centro, a sinistra? Entriamo nella chiesa festiva a sinistra: panche a semicerchio bianche, un grande incavo con il presbiterio, l'altare, il leggìo, tutti bianchi, l'organo bianco: ma il tabernacolo dov'è? Cerca, cerca: un piccolo incavo nella colonna centrale a sinistra, quasi dietro l'altare, nascosto alla vista dei fedeli. Quando entro non mi viene spontaneo fare il segno di croce: è una chiesa ricca di simbologia, ma non trovo quello che cerco.
Effettivamente prima del Concilio Vaticano II (1962-1965) l'attenzione del credente era verso la presenza di Cristo, tutto era proteso verso il Corpo e il Sangue di Cristo. Dopo il Concilio si è voluto sottolineare la comunità che celebra il Signore: quindi l'altare rivolto verso il popolo, perdita di attenzione verso l'altare maggiore, scomparsi i reliquiari, le ancone, le sedi presbiterali, messi in magazzino tutti gli apparati, eliminate le balaustre … perché tutto non doveva creare ostacolo tra il sacerdote e i fedeli nella logica dell'unico popolo di Dio. Tante le motivazioni teologiche, anche valide, ma anche vane e pretestuose.
Un esempio: alle balaustre cosa è stato sostituito? Un brutto, ignobile, alberghiero cordone con in mezzo un quadretto con la scritta "Allarme inserito" (cioè "stare lontani da qui" … e le prediche sulla comunione con Cristo?). Non era più nobile la balaustra in marmo con il cancelletto in ferro battuto?
Avevo collaborato come manovale con Oleg Zastrow (il maggior conoscitore di arte anche sacra della zona locale) nel 2000 per la mostra al Museo Parisi-Valle di Maccagno intitolata I martiri tra noi, dove erano presenti anche reliquiari delle nostre parrocchie. Prima della mostra abbiamo fatto un sopralluogo in cui la conservatrice del museo ci ha presentato le opere contemporanee contenute. L'ultimo "pezzo" era un S. Sebastiano composto con le catene delle motoseghe. Zastrow alquanto perplesso si è rivoltato a me, dicendomi:"Quando cerca le reliquie di S. Sebastiano, venga a prenderle qui!".
Inoltre la produzione seriale, industriale ha contribuito a far perdere l'identità di una comunità, il poter possedere un "unicum" non è più motivo di orgoglio e di attenzione, globalizzazione anche dell'arte sacra.
Non apriamo poi il capitolo delle unità pastorali in cui i parroci hanno ben altro da pensare che ai tesori che dovrebbero custodire e valorizzare!

Sfatiamo un mito.
C'è l'idea che il patrimonio delle chiese sia stato svalutato, ritenuto inutile e quindi si sia perso lungo i secoli.
E' vero che parte del patrimonio si è perso lungo la storia: furti, requisizioni, non curanza, sostituzioni con opere più "moderne". Ma le cose belle sono sempre piaciute e custodite: i parroci nascondevano ciò che era prezioso in occasione di requisizioni e preservavano dai furti (pensiamo alla struttura dei vecchi mobili da sacrestia: cassettoni molto larghi e profondi da contenere paramenti senza piegarli, sportelli e armadi con ante a chiave e talora con doppio fondo).
Quindi le cose belle e preziose sono sempre state "belle e preziose" e custodite.

Restaurare o non restaurare?

E' un bel dilemma.
Restaurare vuol dire comunque intervenire su un oggetto che ha una suo valore unico e irripetibile, quindi svalutarlo.
Non restaurare vuol dire rischiare di perdere l'oggetto che il tempo o l'uso ha comunque intaccato e reso fragile.
Direi: gli oggetti in uso vanno restaurati (certo non vanno fatti brillare come se fossero fatti ieri: una patina del tempo bisogna che resti): l'uso impone una pulizia e un consolidamento: non si può presentare ai fedeli un reliquiario sporco e sconnesso, l'occhio vuole la sua parte!
Gli oggetti che non sono più in uso vanno tenuti tali e conservati: una pulizia da togliere la polvere e solo una pulizia rispetta l'oggetto e lascia gli incancellabili segni del tempo.
Mi rifaccio al concetto di restauro proposto da Antonio Paolucci: il restauro è come vedere una bella donna, ma di 80 anni: in che cosa consiste il restauro? Non nel riportarla all'età di 20 anni (il tempo ha lasciato segni indelebili, sarebbe un mostro), ma dare la possibilità a coloro che la vedono di poter immaginare come poteva essere all'età dei 20 anni.
Credo sia questa la miglior definizione di restauro.

Il pensiero di Papa Francesco circa l'arte è che questa è a servizio dell'evangelizzazione dei poveri. E' una scelta legittima e particolarmente attuale.
Possiamo dire tutto sui Papi del Rinascimento (i contemporanei ci dicono che Papa Giulio II della Rovere - Albisola, 5 dicembre 1443-Roma, 21 febbraio 1513 - era più esperto nella spada che nell'aspersorio) però una cosa dobbiamo ammettere: che senza di loro non avremmo avuto la Basilica di San Pietro, la Cappella Sistina, le Logge Vaticane, le stanze di Raffaello, i Musei Vaticani, la Biblioteca Vaticana, la Guardia Svizzera, …
San Carlo Borromeo (Arona, 2 ottobre 1538 - Milano, 3 novembre 1584) all'epoca della peste ha venduto oggetti sacri per aiutare gli appestati, ritenendo che l'arte sacra doveva servire anche per i poveri. Non mancano però alcuni storici che sottolineano che San Carlo abbia usato i suoi beni personali, senza toccare quelli della Diocesi, quando si trattava di Dio e delle sue cose dovevano essere belle (cfr. gli ordinamenti delle visite pastorali). Anche san Francesco voleva la povertà per i suoi frati, ma quando si trattava di Dio esigeva che si usassero calici d'oro per la celebrazione della Messa.
Una battuta del compianto Card. Giacomo Biffi (Milano, 13 giugno 1928 - Bologna, 11 luglio 2015):"Il cristiano deve essere povero, ma la Chiesa deve essere ricca".

 

NOTA: [1] Leonora Fabbri da "Il Dolce Stile Eterno" supplemento de L'Alfiere di Gennaio, Giugno, Ottobre 2005 e Gennaio 2006.
M. Carlotti, M. Saltamacchia, Ad Usum Fabricae, Varese 2012.
Nella chiesa di S. Giorgio a Dumenza è presente una statua di S. Antonio da Padova di inizio '700 offerta dagli osti e camerieri, fatta fare in Roma, trasportata a Milano e, via navigli e lago Maggiore, arrivata al porto di Colmegna, portata in processione alla chiesa.
Ci tenevano gli emigrati a lasciare una memoria nella propria chiesa.
E teniamo conto che il costo delle opere era alto: l'oro e l'argento sono sempre costati cari (forse più di oggi) e i maestri e pittori avevano un loro prezzo, proporzionale alle richieste e alla loro maestria.